“Migrazione e Missione” Lettera alle comunità della Famiglia Comboniana in Europa

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14/04/2016

simposioMESSAGGI - Noi comboniani e comboniane, secolari comboniane e laici comboniani presenti in varie nazioni d’Europa ci siamo ritrovati a Limone sul Garda dal 29 marzo al 2 aprile, per partecipare al decimo simposio sulla missione, dedicato quest’anno al tema “Migrazione e missione”. Desideriamo qui condividere con l’insieme della Famiglia Comboniana in Europa qualcosa dell’esperienza di questo incontro.

Sono stati giorni di una fraternità intensa e aperta, nei quali ci siamo confrontati con la realtà della migrazione che giorno dopo giorno bussa come non mai alle nostre porte e ci interpella. Sollecitati ed aiutati dalla competenza e passione del professore tunisino Abdelkarim Hannachi, docente presso la Facoltà di Scienze Umane e Sociali dell’Università Kore di Enna e al Summer School del Middlebury College USA, abbiamo condiviso riflessione ed esperienze di vita e servizio con i migranti.

Il processo di riflessione e condivisione si è svolto lungo due momenti tra loro peraltro intrecciati, quello di un approfondimento critico dell’emergenza dell’immigrazione e quello dell’individuazione di piste per un ministero evangelico e comboniano al riguardo.

  1. Per una lettura più vera ed empatica dell’immigrazione oggi

Ci siamo resi più coscienti della complessità e della drammaticità del fenomeno in questione, e come sia necessaria una lettura di esso “altra” da quella che ci viene solitamente propinata dai mezzi di comunicazione sociale.

Si è sottolineato la necessità di una lettura a largo raggio, che colga il fenomeno migratorio in tutte le sue cause profonde e i suoi molteplici aspetti. In particolare, ci è sembrato necessario collocare l’attuale emergenza nella lunga storia di rapporti ingiusti ed oppressivi tra popoli e culture, tra Nord e Sud (secoli di schiavitù, colonialismo/neocolonialismo e saccheggio), e mettere a nudo tutta una rete di complicità, quali l’utilizzazione delle guerre per il commercio delle armi e le dinamiche del sistema economico-finanziario globale. L’occidentalizzazione del mondo e l’immigrazione sono parte di uno stesso processo, come l’eccedenza e l’opulenza al Nord del mondo e la penuria e la povertà al Sud sono come due vasi comunicanti. Un’economia guidata dal profitto ha creato popoli di “cittadini” e popoli di “non-uomini”, e ha depredato e inquinato lo stesso habitat naturale. Senza diminuire la grave responsabilità di governi locali che violano i diritti umani e soffocano i processi di democratizzazione, l’attuale emergenza migratoria è anche il prodotto di un sistema politico economico che noi abbiamo messo in piedi e del nostro modo di produrre e di consumare. Il simposio ha evidenziato come si tratti per lo più di una migrazione indotta dalla necessità di sopravvivere e dal bisogno di una “casa” come spazio stabile di vita. In questo senso, i flussi migratori rappresentano un fatto “strutturale” della nostra società globale, e come tali sono inevitabili, inarrestabili e difficilmente controllabili.

Al tempo stesso, ci si è augurati una lettura guidata dalla preoccupazione di larghe vedute, capace di guardare all’immigrazione non solo come un problema, ma anche come una risorsa. Con ciò non ci si riferisce tanto all’aspetto economico, anche se, diversamente da quanto si crede, il bilancio finanziario dell’immigrazione è per lo più positivo per i paesi ospitanti; il problema è che tale profitto non viene ridistribuito nella comunità, ma diventa appannaggio di pochi; sugli immigrati si fanno affari e si scatena una guerra tra poveri. Ci riferiamo piuttosto al fatto che la presenza degli immigrati ci apre ai nuovi orizzonti di un pianeta diventato “villaggio globale”, e ci spinge oltre il nostro etnocentrismo a riconoscere in questo villaggio il luogo prioritario dell’esistenza umana, fatto di interconnessione e interdipendenza e di conseguente responsabilità degli uni verso gli altri. La prossimità di autoctono ed immigrato va poi considerata nella prospettiva di una mutua integrazione che richiede il suo tempo e costituisce un percorso di paziente e costante mediazione, sia per le resistenze xenofobe e i pregiudizi dell’autoctono, sia perché una migrazione indotta e violenta può determinare nell’immigrato un rigetto anche altrettanto violento di un’assimilazione culturale.

Ci siamo comunque rafforzati nella convinzione che l’immigrazione rappresenti una finestra sul mondo per scoprirlo ed immaginarlo in modo nuovo, e che essa ci sfidi pertanto ad un nuovo immaginario della vita personale e sociale, fondato sulla relazione e sull’incontro. L’immigrazione potrebbe farsi così portatrice di una rivisitazione antropologica, attraverso la quale alterità e identità diventano in qualche modo tra loro consustanziali, dove pur nelle tante diversità l’accento cade sulla condivisione di una stessa umanità; “io sono il probabile altro”, ci diceva Abdelkarim Hannachi. Il percorso di integrazione comprenderebbe allora un passaggio da una identità chiusa nell’auto-referenzialità (etnica, culturale, sociale, religiosa) ad una identità aperta che si rinnova e viene di continuo rinegoziata e rielaborata nel laborioso e spesso faticoso incontro con l’altro. Per la costruzione di una società dell’incontro è indispensabile liberarsi dalla tirannia delle identità. [...]

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