“Consacrati nel cuore di Gesù” - Lettera di P. Enrique Sánchez G. mccj, Superiore generale

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05/06/2015

combonianos enrique sanchezMESSAGGI - Le parole consacrazione e consacrati, con tutti i loro sinonimi, hanno la possibilità di essere approfondite e integrate nella nostra vita, in modo particolare durante quest’anno destinato alla vita religiosa o consacrata, nella misura in cui ci concediamo un momento per la riflessione e, forse, ancora di più, per il ringraziamento per questo dono.

Allo stesso tempo, queste parole rischiano di svuotarsi del loro significato e della ricchezza di cui sono portatrici, se non le confrontiamo con l’esperienza della nostra vita; se non diamo, con la nostra vita, un senso autentico a quello che affermiamo con le parole.

Siamo consacrati. Basta poco per fare quest’affermazione che, però, non appare così evidente quando chiediamo alla nostra testimonianza di vita di esprimere il contenuto di quella che è stata la scelta della nostra vita.

Anche se va detto subito che ci sono esempi estraordinari, molto vicini a noi, di persone che della consacrazione hanno fatto un tesoro e la cui vita si è trasformata in una luce capace di penetrare le tenebre più oscure, oggi abbiamo bisogno di fermarci e chiederci quanto la nostra consacrazione a Dio definisce e caratterizza la nostra identità e il nostro agire.

Riflettere sulla nostra consacrazione può diventare un’occasione straordinaria per appropriarci meglio di ciò che vogliamo dire quando ci riconosciamo persone consacrate a Dio per la missione.

La nostra consacrazione missionaria

Come aiuto per la nostra riflessione, in particolare in occasione della festa del Sacro Cuore, mi piacerebbe condividere con voi alcuni brevi pensieri che possano essere delle provocazioni a chiederci quanto e come stiamo vivendo la nostra consacrazione religiosa e missionaria.

Papa Francesco ci ha invitato a fare un esercizio di memoria, per riconoscere nel passato il dono della nostra chiamata, del nostro carisma, lasciando scaturire dal profondo del nostro cuore la gratitudine, la riconoscenza per questo dono. Ci ha raccomandato di contemplare il presente della nostra consacrazione per viverla con passione, senza fare calcoli, con la generosità e l’entusiasmo del primo momento, quando nel silenzio complice di Dio abbiamo sentito pronunciare il nostro nome e sognato una missione senza frontiere.

Il Papa ci ha chiesto di guardare al futuro con speranza, che vuol dire fiducia in Dio, nella sua vicinanza, nella certezza che Lui continua a custodire nel suo cuore un progetto per l’umanità che nessuno potrà impedire, perché sarà sempre un progetto d’amore e l’amore non si ferma di fronte agli ostacoli.

Vivere la nostra consacrazione missionaria in questo modo ci porta a riscoprire, a fare di nuovo l’esperienza della gioia del primo momento della nostra chiamata, e a dire con semplicità, Signore, quanto sei stato grande fissando il tuo sguardo su di me! Non potevi farmi un dono più straordinario.

Essere missionario è stata la scelta migliore che hai fatto per me; grazie, perché sei rimasto fedele e perché quello che mi è accaduto tanti anni fa continua a mantenere la sua freschezza.

Grazie per un presente missionario che ci sfida. La tua chiamata a volte rischia di essere oscurata da tanti ostacoli che troviamo sul nostro cammino. Ci manca la tua passione, il tuo ardore, il tuo coraggio per non lasciarci vincere dall’indifferenza del nostro tempo, dal consumismo che ci circonda, dall’edonismo superficiale che ci assale con le sue trappole, che fanno crescere l’egoismo e la superficialità.

Abbiamo bisogno di passione missionaria, prima di tutto per credere in te con tutto il nostro cuore, per scoprirti presente nel fratello che soffre, nella sorella che è maltrattata, nel giovane condannato a vivere senza la possibilità di sognare un futuro degno, per uscire dalle nostre sicurezze e dalle nostre comodità.

Signore, ci fa bene riconoscere con umiltà e semplicità che ci manca la passione che non ha paura del sacrificio, della rinuncia, dell’abbandono, quella passione che permette di lasciare tutto per fare di te e della tua missione il tutto della nostra vita.

Ci hai dato una vocazione che fa di noi dei privilegiati, perché hai scelto per noi, come luogo per incontrarti, i più poveri, i lontani, quelli che non contano agli occhi dei nostri contemporanei.

“La speranza di cui parliamo – dice il Papa – non si fonda sui numeri o sulle opere, ma su Colui nel quale abbiamo posto la nostra fiducia” (2Tm 1,12).

E noi vogliamo vivere nella speranza, non possiamo non farlo, quando siamo stati testimoni della tua fedeltà, della tua fiducia, della tua premura verso di noi. Non ci spaventa il domani perché sappiamo che tu ci hai preceduto e hai preparato un domani che sarà completamente diverso da quello che avremmo potuto costruire con le nostre forze e con le nostre risorse.

Non abbiamo paura di diminuire, di morire, perché siamo convinti che dove sei presente la vita non può che vincere e che sarai sempre tu a scrivere la bella storia della missione che diventerà anche la nostra.

Una consacrazione nei piccoli e grandi dettagli

Quando si parla di consacrazione, mi piace dire che ci riferiamo ad un’esperienza, a una vita che portiamo avanti nei piccoli e grandi dettagli della nostra esistenza, nel quotidiano del nostro agire e nel realizzare il sogno che portiamo nel cuore come ideale che ci spinge ad andare sempre più lontano.

Mi piace dire che essere consacrati non è altro che accettare con gioia che la nostra vita è nelle mani di Colui che ci ha fatto vivere. È accettare che siamo proprietà del Signore, che siamo o stiamo diventando dono di Dio per l’umanità.

Quante volte abbiamo sentito dire che il consacrato o la consacrata sono persone che liberamente hanno accettato di rinunciare a tutto per permettere a Dio di realizzare il suo sogno di amore per l’umanità.

È bello pensare così, perché ci aiuta a capire che la consacrazione non è un’opera che nasce dalla nostra volontà o dalle nostre capacità, ma un’esperienza di grande libertà, di generosità e soprattutto di profonda docilità.

Che cosa vuol dire consacrarsi a Dio?

Consacrarsi a Dio vuol dire educare il nostro cuore a vivere sempre aperto e disponibile a quello che Lui vorrà fare di noi. In questo senso, consacrazione è sinonimo di abbandono, di obbedienza e di coraggio, perché con il Signore si sa dove comincia l’avventura, ma non si sa fino a dove ci condurrà.

Parlare di consacrazione significa entrare in un mondo in cui i nostri parametri non funzionano più, perché si entra nel mondo del mistero di Dio, che spezza tutte le nostre logiche e i nostri calcoli e capovolge tutto, diventando Lui il protagonista della nostra storia e il padrone della nostra esistenza.

E qui ci vengono in mente tante frasi del Vangelo: “Non siete voi che avete scelto me, sono io che vi ho chiamato”(Gv 15,16); “Questo è il mio figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3,17).

Quanta forza risuona nel messaggio di Paolo, quando ricorda com’è stato scelto e come, nel suo ministero di apostolo, ha potuto constatare che “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rm 8,28).

Allora, la domanda che sorge spontanea è molto semplice: chi è, in fondo, colui che si consacra?

Quante volte, nella nostra vita, dovremo riconoscere che siamo andati avanti perché il Signore non si è tirato indietro? Quante volte ci accorgeremo che non sono le nostre qualità, i nostri meriti o le nostre virtù ad averci reso meritevoli del dono della scelta che il Signore ha fatto con noi?

Abbiamo una grande responsabilità di custodire e far crescere la grazia ricevuta dal giorno in cui abbiamo risposto di sì al Signore. Ci ricorderemo sempre che Dio chiama e non cambia parere col passare del tempo? A quale fedeltà ci sfida?

 La testimonianza di san Daniele Comboni

“Avendo un estremo bisogno dell’aiuto del Sacro Cuore di Gesù, Sovrano dell’Africa Centrale e che è egli stesso la gioia, la speranza, la fortuna e il tutto dei suoi poveri Missionari, mi indirizzo a lei, amico, apostolo e fedele servitore di questo Cuore divino così pieno di carità per le anime, le più sfortunate e abbandonate della terra.

Oh, come sono felice di trascorrere una mezz’ora con lei, per raccomandare e confidare al Sacro Cuore gli interessi più preziosi della mia laboriosa e difficile missione, alla quale ho votato tutta la mia anima, il mio corpo, il mio sangue e la mia vita!” (Scritti 5255-56).

La consacrazione del comboniano, per essere vera e fonte di felicità, cercherà sempre di rispondere a questa chiara convinzione di Comboni, dovrà essere cioè consacrazione che nasce dall’esperienza dell’amore che sgorga dal Cuore di Gesù. Il Cuore di Dio che ha amato tanto l’umanità e che non ha avuto dubbi nel consegnarle suo figlio, l’unico, per amore.

È da questo amore che trae origine e si sostiene la nostra consacrazione. È e sarà sempre da questo Cuore aperto che potremo ricevere la luce e la forza per vivere soltanto per Dio e per la sua opera. È dal Cuore di Gesù che dovremo imparare come si diventa uomini di Dio, che trovano la loro gioia nel servire la missione con un cuore indiviso.

Sarà sempre il Cuore di Gesù che ci aiuterà a guardare al futuro senza cadere nello scoraggiamento, nella tristezza o nella delusione, perché dal Cuore di Dio nascono sempre cose nuove per il bene di tutti quelli che si aprono all’amore.

Come Comboni, dovremo imparare a non spaventarci di fronte alle difficoltà della missione che siamo chiamati a vivere. Sarà sempre un’opera laboriosa e difficile, ma non dobbiamo dimenticare che si tratta della missione di Dio e non della nostra. È la missione del Signore, nella quale noi siamo chiamati a diventare semplici collaboratori, mediazioni del suo amore.

Come il nostro santo fondatore, anche noi siamo invitati, chiamati a vivere fino in fondo il dono della vocazione missionaria accettando di consacrare tutta la nostra anima, diventando uomini di fede profonda, accettando con gioia di dare testimonianza attraverso la nostra povertà, la nostra castità e la nostra obbedienza, e cercando sempre di creare ambienti di profonda fraternità.

Anche per noi, la grande sfida della consacrazione sarà la disponibilità a vivere sacrificando tutto per gli altri, per quelli che incontreremo nella missione. Questo vuol dire anche accettazione del martirio, che ci chiederà di fecondare il cuore dei nostri fratelli con la nostra vita consegnata nel quotidiano dell’esistenza, nel servizio umile e nascosto, nell’accettazione gioiosa della rinuncia di noi stessi per permettere a Dio di manifestare il suo amore.

Solo educati a questa scuola di amore che è il Cuore di Gesù, saremo capaci di vivere in tutta libertà la scelta per i più poveri e di dare un volto all’amore di Dio, attraverso la costruzione di un mondo più giusto, più solidale, più rispettoso e capace di generare quella felicità che tutti portiamo nel cuore come l’unico vero anelito della nostra vita.

Chiediamo la grazia di diventare dei consacrati gioiosi e felici perché portatori nel cuore del tesoro di quell’amore che sgorga dal Cuore trafitto del Signore che san Daniele Comboni scoprì come fondamento su cui costruire la sua missione e al quale si affidò senza mettere limiti.

La fiducia nel Cuore di Gesù diventi anche per noi sorgente perenne di un amore che ci aiuti a vivere la nostra consacrazione come il dono più bello che ci sia stato concesso.

Buona festa del Sacro Cuore.

P. Enrique Sánchez G. mccj

Superiore Generale

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