Del Torchio si racconta: "Il mio rapimento, un'esperienza di conversione"

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16/06/2016

DelTorchioNTESTIMONIANZE - Il rapimento come un’esperienza profonda di conversione spirituale. È quella che ha vissuto Rolando del Torchio, ex missionario del Pime nelle Filippine, per sei mesi – dal 7 ottobre 2015 all’aprile scorso -  prigioniero di terroristi islamici che l’hanno rapito nel locale che gestiva a Mindanao Dopo estenuanti trattative, la famiglia ha pagato un riscatto e Del Torchio è stato rilasciato.

Al settimanale “Credere” Del Torchio ha raccontato in esclusiva la sua intensa avventura, rileggendola in chiave spirituale. La sua è una biografia interessante: giovane prete del Pime, consacrato da Carlo Maria Martini, a metà degli anni Ottanta appassiona i giovani al Vangelo, organizzando campi di lavoro nella periferia di Napoli e nelle favelas del Brasile, visitando i centri per immigrati sul litorale domizio, promuovendo gemellaggi con Angera, sul Lago Maggiore, dove è nato 57 anni fa. Poi negli anni Novanta vive missionario nelle Filippine, denunciando la corruzione dei politici locali, la violenza delle miniere che stuprano il territorio e affamano i senza voce; appassionato a metter su cooperative popolari per macinare il grano, inscatolare sardine ed essiccare manghi. Lascia la Chiesa, ma non Dio, alla ricerca di una strada diversa, infine torna da imprenditore nelle Filippine, dove apre un ristorante pizzeria a Dipolog, nell’isola di Mindanao.

Quello incontrato dalla giornalista di “Credere” un Del Torchio provato fisicamente (ha recuperato solo qualche chilo dei 40 persi) e psicologicamente. Ma con una consapevolezza nuova, «come se la prigionia avesse scavato la parte più nascosta della sua persona, scrivendo un altro capitolo della sua vita, forse il più importante, fatto di lunghe camminate nella giungla insieme all’esercito di 500 uomini di Abu Sayyaf, assordanti silenzi e un percorso interiore segnato da un costante faccia a faccia con Dio”.

«Già dall’inizio della prigionia – racconta Rolando cominciarono a emergere nella mente, quasi automaticamente, brani del Vangelo», ad esempio le parole del capitolo 12 di Luca (i passeri del cielo, i gigli dei campi… «Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?»).

Poi il “confronto”, inevitabile, con i terroristi di Abu Sayyaf e la loro idea religiosa. «Per me Dio è uno. Cambia l’interpretazione. Quando loro recitavano Allah Akbar, io dicevo in silenzio il Padre nostro. Ma sentivo che c’era qualcosa in più: l’amore, la misericordia». Ascoltando la lunghe nenie della preghiera recitate in arabo, gli tornano alla mente alcune pagine del Vangelo sui farisei: «Sanno tutto della legge, ma non ne colgono il cuore. Vedevo queste persone religiosamente ligie che pregavano cinque volte al giorno, partecipavano a incontri di istruzione sul Corano, ma poi ritenevano che la pratica religiosa fosse il prepararsi, con armi e bombe, a uccidere e a morire. E mi chiedevo: “Ma dov’è questo cuore convertito?”».

La domanda – annota “Credere” - gli si ritorce contro. “E tu Rolando hai un cuore convertito?”. In quel momento inizia il dialogo e il conflitto con Dio: «“Sentivo” la Passione di Gesù». Strappato da ogni cosa, portato via a forza, interrogato, accusato di essere stato missionario e quindi mandato a distruggere l’islam. Picchiato, umiliato, deriso come dai soldati sotto la croce: «Hai salvato tanti altri, ma non te stesso, dov’è il tuo Dio? Non è forte come Allah, ti ha abbandonato».

Mentre litiga con Dio («Perché mi hai abbandonato?»), torna l’immagine della sua consacrazione presbiterale, nel giugno 1984, mentre, in silenzio chiede esplicitamente il martirio. Non è la fantasia di un momento: la sua vocazione “filippina” era infatti maturata dopo un evento traumatico: «l’assassinio di un amico, padre Tullio Favali». Il ricordo dell’antica promessa è una folgorazione: «Ho pensato che a Dio non scappa veramente nulla nella nostra vita. “Tu sai che ho paura”, gli ho detto, “sai che non voglio bere questo calice. Ma alla fine sei l’unica persona che parla con me, mi fa pensare, mi dà pace. A Te mi affido”».

Nel momento in cui si convince che la famiglia stia per finire in bancarotta per pagare il suo riscatto trova – così racconta - «un motivo per morire: offrire la mia vita per i miei, per i nipoti, i loro figli», per non mandare nessuno sul lastrico. Da quel momento riceve «il dono della pace interiore».

Alla giornalista che gli chiede il motivo del perché abbia lasciato il ministero spiega: «A un certo punto me ne sono andato perché non riconoscevo più l’autorità morale della Chiesa nella mia vita, per tante cose di cui sono stato testimone. Per 16 anni non ho più messo piede in chiesa. Continuavo a pregare, in un dialogo continuo, ma a Dio parlavo in una maniera molto arrabbiata. A me piaceva fare il prete. “Perché non mi hai trattenuto, non mi hai tirato per i capelli? Perché mi hai lasciato andare via e non mi dai pace?”».

Dopo sedici anni di inquietudine, nella giungla, tra i rapitori, Del Torchio ha sentito di nuovo la presenza di questo Dio geloso: «Mi hai fatto passare dalla passione, che è il cuore della nostra fede. Adesso ti chiedo la risurrezione».

Finalmente arriva la liberazione, seguita dai media di tutto il mondo. Barba lunga, dimagrito, Del Torchio torna a casa. Ha fatto un nuovo patto con Dio. A “Credere” racconta: «Spero di ritornare nella pace che mi stai facendo vivere. Mi hai fatto fare un cammino di sofferenza. Risorgere potrebbe essere tornare a casa trasformato in un altro Rolando».

Fonte: pime.org, 07/07/2016

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