Chiusura dell’agenzia stampa Misna, una riflessione di Renato Kizito Sesana

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14/01/2016

sesanaRIFLESSIONI - La chiusura della MISNA è una perdita per l’informazione sul Sud del mondo, specialmente sui temi legati a giustizia, diritti umani, pace e missione. In tempi recentissimi in Italia hanno chiuso anche Popoli, edita dai gesuiti e Ad Gentes, un rivista di riflessione teologica che era nata nel 1997. In questi giorni chiude un’altra prestigiosa rivista di informazione sulla vita della Chiesa, Il Regno, nata ai tempi del Concilio Vaticano II e molto seguita negli ambienti missionari ed è troppo facile prevedere che altre chiusure di testate missionarie seguiranno a breve.

Ho letto diverse opinioni sulle ragioni per le quali MISNA ha chiuso. Aggiungo la mia, solo perché fra le opinioni che mi è capitato di leggere – e me ne potrebbero essere sfuggite molte dalla mia postazione che in queste settimane è la periferia di Nairobi – non ho trovato ciò che sto per scrivere.

E’ stato detto che è mancato un coordinamento fra i diversi istituti, è mancato il dialogo con i giornalisti della redazione, è mancata la ricerca seria di soluzioni alternative, c’è sta immobilità imprenditoriale, mancanza di visione, politiche miopi. Addirittura politiche suicide da parte delle congregazioni missionarie. Difficile non essere d’accordo.

Si è anche detto che gli istituti avrebbero potuto intervenire vendendo qualche proprietà immobiliare piuttosto che smantellare la MISNA e che gli istituti dovrebbero essere disposti a sostenere delle perdite economiche a fronte dell’importanza dell’essere presenti nel mondo dell’informazione. Qui sono un po’ meno d’accordo. L’informazione dal Sud del mondo è importante, ma ci deve essere una proporzione fra l’importanza che una testata ha nel mondo dell’informazione e la perdita economica. Se l’informazione prodotta da MISNA non riesce a sostenersi economicamente, perché non ci sono abbastanza persone e istituzioni che sono disposti a abbonarsi e le entrate non coprono neppure un terzo o un quarto dei costi (non ho informazioni precise), ci si deve porre qualche domanda.

Forse questo tema rimanda al mancato aggiornamento delle politiche editoriali. Comunque un’azienda che non copre almeno una parte ragionevole delle sue spese, dimostrando di essere apprezzata dai fruitori, forse non merita di essere tenuta in vita e i fruitori non meritano l’informazione che ricevono. O la MISNA dovrebbe essere tenuta in vita con le offerte generiche che i benefattori danno, pensando che siano destinate ai poveri del Sud del mondo?

Sarebbe un’operazione eticamente giustificabile?

Non possiamo neanche contare sulle presunte ricchezze immobiliari degli istituti missionari, anche se si potrebbe aprire un dibattito sul come utilizzarle. In alcuni casi potrebbero essere solo sufficienti a garantire vecchiaia e cure essenziali ai missionari anziani e malati che tornano in patria dopo aver speso una vita al servizio della Chiesa, della pace, della giustizia e dello sviluppo. I Comboniani, dei quali faccio parte, hanno oggi in Italia oltre duecento missionari anziani, malati, bisognosi di cure. E’ una situazione che continuerà per almeno un decennio o due. Credo che per gli altri istituti la situazione non sia molto diversa.

Quello della vecchiaia fisica dei membri degli istituti missionari può sembrare un’osservazione marginale rispetto al dibattito sulla sopravvivenza della MISNA. Eppure forse questa è la chiave per andare alla radice del problema. L’invecchiamento degli istituti missionari è una delle ragioni della loro progressiva e sempre più grave incapacità di affrontare in modo adeguato le sfide della comunicazione moderna.

L’invecchiamento ci ha colti di sorpresa, anche se era prevedibile! Solo 25 anni fa i Comboniani avevano una visione globale ed una generazione di missionari giovani che li hanno resi capaci di aprire nel giro di due anni, 1989 e 1990, tre riviste missionarie nelle Filippine, in Kenya e in Sudafrica. Queste riviste hanno dato un contributo notevole alla crescita dello spirito missionario nei rispettivi paesi, anche se magari oggi sono pure in affanno per carenza di personale, sia religioso che laico, professionalmente preparato.

In quei bei tempi andati si poteva improvvisare un direttore di una testata prendendo un missionario con buona preparazione teologica, un’esperienza sul campo di qualche anno, doti naturali di comunicatore e poteva funzionare. Ma ciò che allora era possibile fare armati da entusiasmo per la missione e con la collaborazione di volontari, oggi non lo è più.

I mass media sono in continua, rapida evoluzione in tutti gli angoli del mondo – direi che in Kenya questa evoluzione c’è più rapida che in Italia – e se non ci si rinnova si scompare. Non è più un mondo per anziani in posti direttivi e i superiori degli istituti missionari sono sempre più anziani, o comunque in Italia devono tener conto di una base composta da una stragrande maggioranza di anziani. Gli anziani, lo so bene visto che sono uno di loro, sono maestri nel rimandare, dilazionare, temporeggiare, rispettare i protocolli e le gerarchie in attesa che il temporale passi. Cosi temporeggiare è diventato uno stile di governo. Non si prendono decisioni. Si aspetta. Quando, dopo innumerevoli incontri, confronti e dialoghi una decisione viene presa, è già superata dai nuovi cambiamenti. I mass media non funzionano cosi. Il mondo moderno non funziona cosi. Si viene inesorabilmente superati e ogni anno che passa la situazione peggiora.

L’invecchiamento con la conseguente difficoltà nel rinnovarsi e cambiare diventerà ancora più pronunciato, visto che le nuove leve in Italia non ci sono più e anche negli altri paesi scarseggiano. Si farà domani un rinnovamento che non si riesce a fare oggi?

Allora il problema è ancora più in profondità. Non solo gli istituti missionari non riescono a produrre una comunicazione al passo coi tempi, ma essi stessi non riescono ad essere al passo coi tempi. La comunicazione è centrale alla missione. Che missionario è quello che non sa comunicare? I missionari e ne conosco alcuni, comunicano anche se sono ciechi, muti e vivono su una sedia a rotelle. E’ impensabile che oggi i missionari si suicidino tagliandosi fuori dai moderni mass media.

O forse gli istituti missionari si sono rassegnati a diventare irrilevanti, a scomparire lentamente per lasciar posto ad altre modalità che esprimano in modo più adeguato ai tempi la missionarietà della chiesa?

Recentemente ho sentito un anziano missionario irlandese dire che “noi missionari in Kenya siamo ormai una nota a piè di pagina e una nota neanche tanto importante, nella storia della chiesa in Kenya”. Che altri prendano il nostro posto dovrebbe rallegrarci e certamente la missione nella Chiesa non finirà anche se gli istituti missionari si estinguessero, ma è triste che questo atteggiamento passivo, rinunciatario, di subire la storia piuttosto che cercare di capirla e portare il lievito dal Vangelo, avvenga proprio mentre abbiamo Papa Francesco, il papa che più di ogni altro a mio ricordo evoca continuamente la missionarietà delle chiesa.

Personalmente sono pieno di speranza. Credo che i segni di fermenti nuovi siano già visibili. Sta agli Istituti missionari discernerli e ripartire. Volutamente in queste righe non mi sono abbandonato a riflessioni spiritual/teologiche, perché troppe riflessioni spirituali sono spesso usate, come quando e stato deciso di chiudere Ad Gentes, solo per coprire l’incapacità di agire.

Fonte: agoravox.it, 30/12/2015

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