P. Daniele Moschetti, comboniano, parla sul Sud Sudan

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27/10/2015

moschettiRIFLESSIONI - In questi giorni di grande fermento mediatico e politico sul fenomeno dell’immigrazione, riportiamo un’intervista a Padre Daniele Moschetti, originario di Varese. Padre Daniele ha 54 anni, è superiore dei Missionari Comboniani nella Provincia del Sud Sudan. Nella sua attività missionaria iniziata nel 1992, ha solcato medio Oriente ed Africa, in particolare Palestina, Kenya e Sud Sudan. Di passaggio in Italia, per via del Capitolo Generale dei comboniani in corso a Roma nel mese di settembre, ha accettato con generosa disponibilità la proposta di rispondere ad alcune nostre domande. Uno approccio alternativo, un punto di vista autorevole e disincantato, che ci aiuta a guardare dentro, ci invita a capire oltre. Oltre le immagini ormai quotidiane di uomini e di donne che per noi non hanno un nome, oltre le soluzioni facili e sommarie, oltre le opinioni comuni e le legittime paure… ci sono storie di vita, drammi umani che si intrecciano ad affari internazionali, a dinamiche globali che appaiono definitive e incontrollabili. Ricchezza e povertà, opulenza e miseria, superfluo e stenti, benessere e sopravvivenza. Poli opposti di un unico pianeta, quando l’umanità soccombe al sistema che essa stessa ha generato.

Padre Daniele, coloro che salgono sulle barche della speranza e della morte, da cosa scappano?

Scappano da guerra, miseria, povertà. Salgono su quelle barche in ricerca di un futuro migliore. In Africa il 70% della popolazione ha meno di 30 anni, con pochissime prospettive, nessuna opportunità.

Molti partono per poter offrire una forma sussistenza alla propria famiglia, magari numerosa, che rimane nel paese di origine. Partono per cercare un lavoro in Europa, come in tante altre parti nel mondo.

Il fenomeno migratorio che vediamo travolgere l’Europa, in realtà si sviluppa anche altrove.

E’ poco nota ad esempio la dinamica migratoria in atto Africa: vi sono milioni di profughi invisibili agli occhi dell’occidente, che migrano all’interno dei territori africani. Le nazioni africane ospitano numerosissimi campi di rifugiati o semplicemente di sfollati, all’interno del loro territori. Si tratta di stati già molto poveri, disposti ad ospitare sfollati provenienti da situazioni più difficili. Cominciamo a ringraziare l’Africa stessa che fa un enorme sforzo di autosostentamento. Oggi stiamo assistendo ad una migrazione numericamente biblica dai paesi del medio oriente (in particolare dalla Siria) e dell’Africa (Libia, Somalia, Eritrea). Sono paesi che soffrono terribilmente i regimi dittatoriali, situazioni assurde che noi non possiamo neanche immaginare.

Una moltitudine di profughi parte dall’Africa sub sahariana e attraversa il deserto. Coloro che sopravvivono e riescono a raggiungere la Libia, sono disposti a pagare a caro prezzo quello che sanno potrebbe il loro ultimo viaggio.

Queste persone accettano situazioni debitorie pesantissime pur di darsi o di dare alla propria famiglia un’opportunità diversa. Sanno benissimo di rischiare la vita. Ma non hanno altra scelta.

Vi porto l’esempio proprio del Sud-Sudan, il paese nel quale vivo. Si tratta di un paese nato nel 2011, quando un referendum ha sancito l’indipendenza dal Sudan, fra le macerie di 40 anni di guerra contro il Sudan e oltre due milioni di morti. Dopo soli due anni e mezzo di tregua è sprofondato nuovamente in una crisi politica evolutasi con una violenza inaudita in una guerriglia etnica di atroci dimensioni. Ora la popolazione è ridotta in miseria, stretta nella morsa di una politica corrotta, armata e asservita al potere di una élite che detiene per sé le risorse comuni senza condividere nulla con la popolazione. È un paese che dal dicembre 2013 ha speso 1 miliardo di dollari in armi e sistemi di controllo, in cui 400.000 bambini sono privati dell’istruzione elementare, e che nel 2014 ha arruolato 12.000 bambini soldato. Per il Sud Sudan, nel 2014, una compagnia cinese, con un solo imbarco, ha spedito 27 milioni di proiettili: se li allineassimo uno dopo l’altro, da Roma arriveremmo a Londra. Ecco da cosa scappano.

Nell’animo di questa gente vedi disperazione, rabbia o rassegnazione?

Disperazione e rabbia direi di no. Rassegnazione nemmeno. Anzi. Vedo fiducia e coraggio nella ricerca di condizioni di migliori, o di qualche opportunità per garantire un futuro alle loro famiglie. Sono vittime di governi totalmente disinteressati allo sviluppo della popolazione, al miglioramento delle condizioni di vita della gente. Ci sono paesi in guerra dove si assiste solo alla distruzione totale, nessuna garanzia per i cittadini.

Prendiamo ad esempio l’Eritrea. Qui la dittatura impedisce lo sviluppo di una vita normale. Il governo  è totalmente indifferente allo sviluppo del paese, non si occupa nemmeno della semplice progettazione e realizzazione di strade e servizi. Il servizio di leva è obbligatorio a 19 anni, a tempo praticamente indeterminato, per donne e uomini. Non vi è alcun’altra opportunità per un giovane che si affaccia alla vita. Non esistono possibilità di emancipazione in un paese il cui territorio è totalmente militarizzato e che assiste indifferente ad un esodo continuo di migliaia di cittadini in fuga in varie direzioni. Migliaia di eritrei lavorano in tanti paesi africani e non. Si tratta di operai, professionisti, tecnici di alto livello, una forza propulsiva che sarebbe soltanto repressa nel loro paese. Non stiamo parlando di oziosi miserabili, ma di uomini che portano in se un potenziale di esperienze e professione, forza lavoro che viene disprezzata nel paese di origine. C’è una grande solidarietà fra eritrei, sono gente capace, colta, ma impossibilitata a dare il proprio contributo. Quelli di loro che vivono e lavorano in tutto il mondo (Inghilterra, Stati Uniti, Australia) contribuiscono a sostenere economicamente i connazionali in difficoltà, anche con investimenti concreti sui progetti che essi stessi sviluppano nel loro esilio forzato in paesi stranieri.

L’eritrea ha potenzialità di sviluppo enormi, sarebbe probabilmente fra i più evoluti paresi africani, se non dovesse soccombere sotto il peso della dittatura. Con le sue incantevoli risorse naturali e paesaggistiche, potrebbe essere un paradiso del turismo, invece è un inferno di povertà e miseria.

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Fonte: comboni.org, 07/10/2015

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