27 febbraio - Convegno di pastorale “Uniti nel rendimento di grazie”

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26/02/2015

paoloVIEVENTI - “Uniti nel rendimento di grazie” è il titolo del convegno di pastorale liturgica nel 50° anniversario della prima messa in italiano celebrata da Paolo VI nella parrocchia di Ognissanti. Il 27 febbraio al Teatro Orione di Roma, il Vicariato riunisce esperti e fedeli per discutere della “svolta” conciliare mezzo secolo dopo. Padre Giuseppe Midili dirige l’Ufficio Liturgico e illustra a “Vatican Insider” l’iniziativa della diocesi del Papa.

Qual è il bilancio cinquant’anni dopo?

“Il bilancio è certamente positivo. L’uso della lingua parlata è stato il segno più evidente della riforma conciliare, che voleva restituire ai fedeli la liturgia come fonte della vita spirituale. La possibilità di celebrare nella lingua del luogo ha reso comprensibili la preghiera liturgica e i testi biblici. Tuttavia il cambiamento dei riti e delle forme celebrative, inaugurato da Paolo VI, trovava nell’introduzione della lingua parlata solo un aspetto di una riforma più profonda, preparata dal Movimento liturgico e sostenuta dagli studi di teologia liturgica pubblicati in quei decenni. Mi riferisco alla posizione dell’altare e del sacerdote rispetto all’assemblea, alla riscoperta di un luogo per la proclamazione della parola (ambone), al recupero della preghiera dei fedeli e del ruolo attivo dei fedeli durante la celebrazione”.

Cosa ha rappresentato per la liturgia l’introduzione dell’italiano?

“L’introduzione della lingua parlata ha reso possibile la partecipazione piena, attiva e consapevole alla liturgia. Per il bene dei fedeli era necessario individuare forme celebrative che permettessero di «non assistere come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede». I fedeli, assistendo a una liturgia celebrata in una lingua non compresa, hanno cercato forme più accessibili di preghiera, devozioni private da recitare durante la Messa, mentre il sacerdote pregava quasi da solo e il coro eseguiva canti a cui era impossibile partecipare. Grazie alla riforma liturgica e con l’introduzione della lingua parlata sono lentamente scomparse le forme individualistiche dal contesto celebrativo, per restituire centralità alla celebrazione comunitaria, alla quale tutti prendono parte”.

C’è il rischio che la nostalgia del latino sia strumento di opposizione all’apertura della Chiesa al mondo contemporaneo?

“Questo è un rischio che la Chiesa non corre, perché è per sua natura missionaria, geneticamente aperta e in dialogo con il mondo. L’annuncio del Vangelo rivolto a tutti, secondo il comando di Cristo, trova nella liturgia la sua forma privilegiata: «la Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia» (Evangelii Gaudium, 24). Perché ciò si realizzi il Concilio ha indicato nei principi della riforma liturgica la via maestra per il nostro tempo. Non si possono sottrarre all’evangelizzazione energie preziose, lasciandosi condizionare da impulsi nostalgici. É urgente evangelizzare gli uomini di oggi con un linguaggio comprensibile, mentre i sentimentalismi orienterebbero l’attenzione verso aspetti marginali”.

Qual è il senso del convegno promosso dal Vicariato di Roma?

“Il convegno vuole riscoprire e approfondire le motivazioni che spinsero i vescovi del Vaticano II a promuovere una riforma della liturgia. In questi cinquant’anni sono stati compiuti grandi passi, ma tutto ciò che fu predisposto non sempre è stato attuato. Non è stato sufficiente tradurre in italiano le formule o i testi della Sacra Scrittura; rimane ancora un grande lavoro da compiere: aiutare i fedeli a entrare profondamente nell’esperienza dell’incontro con Cristo, che si realizza nella liturgia. Per fare questo occorre considerare che la liturgia ha un modo di comunicare "speciale", fatto di segni, gesti, parole e silenzio, musica e canto, al quale occorre essere introdotti attraverso un percorso di formazione”.

Papa Francesco ha così a cuore il 50° da presiedere l’Eucaristia nella stessa parrocchia dove Paolo VI celebrò per la prima volta in italiano. Perché?

“La presenza di papa Paolo VI a Ognissanti, nel giorno in cui si inaugurava un nuovo stile celebrativo, esprimeva il desiderio del Vescovo di Roma di pregare insieme al suo popolo, celebrando secondo una prima modalità rituale che era frutto dalla riforma liturgica. Papa Francesco, con la sua presenza, intende sottolineare il significato di quell’avvenimento ecclesiale e invita a valorizzare, sulla scia tracciata dal suo predecessore, la forza evangelizzatrice della liturgia per la Chiesa di oggi”.

Fonte: Vatican Insider, 21/02/2015

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