Braz de Aviz: non è tempo di “ars moriendi”

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20/02/2017

brazTESTIMONIANZE - Abbiamo intervistato il card. João Braz de Aviz il 10 febbraio scorso, dopo la conclusione dell’Anno della vita consacrata (febbraio 2016) e dei lavori di una doppia “plenaria” della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. Nato nel Brasile del Sud (1947), prete nel 1972, è stato vescovo di alcune diocesi brasiliane prima di essere chiamato alla Congregazione. La franchezza dei giudizi trova conferma.

– Signor cardinale, quale impressione le ha fatto il dialogo del papa coi superiori generali (25-27 novembre 2016), di recente pubblicato da Civiltà Cattolica?

«Ero presente personalmente a quell’incontro. E posso dire che c’è una novità. Vedo un impegno nuovo – di cui sono ammirato – da parte del papa, che conosce la vita consacrata, ne coglie con profondità le dinamiche e la stimola a ritrovare la via di una testimonianza di cui la Chiesa non può fare a meno. Si tratta di qualcosa che, quando sono diventato prefetto della Congregazione, non si poteva nemmeno immaginare. Sono giunto a Roma in un momento difficile. Dai religiosi sentivo spesso dire che era il momento di imparare l’ars moriendi, proprio così, in latino. E mi faceva male questa sfiducia nella forza dei carismi, dell’azione dello Spirito».

– Ricordo una sua personale fatica nella vicenda che portò alla sostituzione del segretario, allora mons. Tobin (ora arcivescovo di Newark e cardinale). Oggi legge anche la fatica di quei giorni come provvidenziale?

«Avevo comunque fiducia, anche allora. Nessun dolore nella Chiesa è destinato a rimanere sterile se vissuto nella fede. E tuttavia ricordo bene la fatica di quei giorni e le domande che mi tormentavano. Vedevo il nostro servizio così vicino a un carisma tanto grande e unico, come quello di Pietro, e al contempo la ferita di quello che mi appariva… un gioco di poteri difficile da accettare. La cosa non mi ha mai realmente meravigliato, ma mi ha fatto patire molto. Oggi leggo il momento che stiamo vivendo come conferma che Dio era all’opera e che bisognava avere pazienza. Mi fido dell’azione della Provvidenza, che vedo presente e forte».

– Quali sono gli orientamenti di massima nella ridefinizione delle Mutuae relationes?

«Abbiamo di recente celebrato due plenarie. La prima insieme al dicastero per i vescovi e, in seguito, una nostra interna. Riguardo alla ridefinizione delle Mutuae relationes, avevamo davanti due direzioni indicate dal papa. Anzitutto, puntare sul fondamento teologico di ogni relazione nella Chiesa, che è quello trinitario; ovvero, il tema della comunione nella Chiesa quale espressione del mistero stesso di Dio. La seconda direzione è quella indicata nella coessenzialità dei doni gerarchici e carismatici per la vita e la missione della Chiesa (cf. lettera Iuvenescit Ecclesia).

Le due dimensioni non devono opporsi né vivere una costante tensione conflittuale. Discendendo dalla medesima sorgente – la vita dello Spirito – esse sono chiamate, nella reciproca libertà, a comporsi in un rapporto di comunione. Mi pare che qui il punto sia stato messo a fuoco con grande chiarezza. Questo è ovviamente quanto dobbiamo costruire. Nella stesura del testo ci hanno aiutato, per la parte fondativa teologico-trinitaria, due teologi (sr. Mary Melone e don Piero Coda); e per la parte giuridica, che doveva armonizzare senza mortificarle le dimensioni gerarchica e carismatica, un eccellente canonista come il p. Gianfranco Ghirlanda. Nella terza parte, quella più pastorale, che ci sta particolarmente a cuore, proponiamo di rivedere tutte le relazioni nella Chiesa – non solo quelle tra vescovi e superiori religiosi – in una chiave di antropologia trinitaria. In questo siamo convinti di poter dare un buon contributo al cammino di riforma che il papa sta portando avanti. Siamo solo all’inizio di qualcosa che nella vita della Chiesa è destinato a emergere con forza crescente: l’espressione del volto di Dio e del suo mistero d’amore trinitario».

– In America Latina si parlava di “doppio magistero” carismi-gerarchia. Che cosa rimane oggi di quella tensione?

«In America Latina abbiamo conosciuto un forte sviluppo della coscienza sociale e della capacità dialogica. E questo perché abbiamo sofferto tanto. Da noi non si può più pensare la fede senza una corrispettiva trasformazione sociale. Certo, ci sono state le ben note vicende legate ad alcune delle teologie della liberazione, che hanno avuto un’inclinazione eccessivamente sociologica svuotandosi di fatto del mistero. Ma la dottrina sociale della Chiesa è stata e rimane per noi latino-americani il luogo naturale dove pensare la fede. Avvicinarsi ai più poveri ed essere dalla loro parte è qualcosa che, grazie a papa Bergoglio, sta tornando centrale per tutta la Chiesa».

– Le lamentele più comuni dei vescovi verso i religiosi, e viceversa, ci sono ancora?

«Ci sono ancora. A volte sono proprio accuse reciproche. Ce ne accorgiamo bene, perché qui da noi arrivano i problemi. Il calo numerico e le chiusure nella vita consacrata stanno facendo emergere sempre più spesso nelle diocesi dispute relative alle proprietà patrimoniali: a chi vanno? C’è poi il passaggio di sacerdoti religiosi da una parte all’altra, che deve essere regolato. Poi ci sono questioni relative al rapporto tra autorità e obbedienza, perché i carismi non nascono dal vescovo ma dallo Spirito Santo e sono a servizio della Chiesa. Al vescovo tocca discernere sulla loro autenticità. Bisogna poi lavorare di più sul rapporto tra carismi storici e carismi attuali».

– Cosa richiede ai religiosi l’invito a collaborare direttamente nella pastorale ordinaria di una Chiesa particolare?

«Senza dubbio è uno degli aspetti di maggiore tensione e incomprensione. I vescovi devono comprendere che la vita consacrata non è un’appendice della Chiesa, ma è coessenziale alla vita e alla missione ecclesiale, ne è parte integrante. Bisognerà  – ad esempio – aiutare quei vescovi che non vogliono avere i consacrati in diocesi, a capire che, senza i consacrati, la Chiesa di Cristo manca di una dimensione essenziale. Da parte dei religiosi, invece, è richiesto lo sforzo non piccolo di una migliore inserzione dei carismi nella vita diocesana. Non si deve dimenticare che un carisma ha le sue dimensioni proprie, che va oltre la vita diocesana. Ma la sua presenza arricchisce la vita di una Chiesa locale, ad esempio, di una dinamica missionaria tanto spesso affaticata. Per sostenere il processo di comunione puntiamo molto sulle commissioni miste nelle Chiese particolari: vogliamo che siano veri luoghi di conoscenza e di dialogo, stabilmente istituiti, tra rappresentanti del vescovo e dei carismi presenti in diocesi».

– La seconda plenaria, la vostra interna, ha parlato degli abbandoni.

«Si tratta di un problema serio e grave. Siamo a circa 2 mila abbandoni all’anno, di tutte le età. L’analisi del problema ci ha rivelato una realtà piuttosto complessa, con tante motivazioni. Non c’è dubbio che il cambiamento culturale che stiamo vivendo sia un fattore centrale, perché ha mutato la sensibilità di intere generazioni verso aspetti propri della vita consacrata che devono essere resi di nuovo comprensibili e vivibili. Penso, ad esempio, al modo di vivere l’obbedienza; o al modo di vivere il rapporto uomo-donna. Abbiamo paradigmi che non sono più accettabili nella cultura attuale. Non ha senso che per l’uomo consacrato la donna sia ancora vista come un pericolo, e viceversa. L’obbedienza non può configurare un rapporto squilibrato tra superiore e inferiore, perché questo semplicemente non è cristiano. La fraternità rimane essenziale anche nel servizio dell’autorità. Inoltre, l’eccessiva vicinanza tra carisma e ministero ordinato ha finito per relegare i religiosi fratelli in una sorta di consacrazione diminuita. Pensiamo anche al tema della felicità e della realizzazione personale. Oggi devo essere felice in quello che faccio. Se dopo 15 anni di vita consacrata non lo sono, me ne vado, senza troppi problemi. Si sente dire: “Non sono più felice; Dio mi chiama da un’altra parte”. E questo accade oggi a tutte le età. Il famoso “per sempre” è posto in realtà sotto condizione: se sarò felice».

– Si apre qui una singolare connessione tra vita consacrata e vita familiare. Questi processi disgregativi operano infatti nei due ambiti. È bello pensare che la riaffermazione della fedeltà nella vita consacrata possa divenire la difesa migliore della fedeltà nella vita familiare.

«Papa Francesco spinge molto su questo tema. Non esiste una santità diversa per sposati e consacrati. Il cammino è comune. La caratteristica propria della vita consacrata – ci ricorda con insistenza il papa – non è la radicalità evangelica, che è richiesta a tutti; ma è la profezia vissuta attraverso i tre voti. Confesso che ho gioito molto quando ho sentito il papa dire queste cose. Mi sono detto: “Io, sacerdote e vescovo, devo fare lo stesso cammino di una mamma o di un giovane operaio”. Il fatto di essere vescovo non mi dà nessuna garanzia di essere santo».

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Fonte: settimananews.it

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