85ª Assemblea USG - 1° giorno. La VC nel progetto ecclesiale di papa Francesco

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28/05/2015

ROMA - Il 26 maggio 2015, presso il Salesianum di Roma, si sono aperti i lavori dell’85ª assemblea semestrale USG. Dopo il saluto iniziale del Presidente USG, p. Nicolàs, si è entrati subito nel tema di quest’anno: “Inviati nella gioia. La  missione della VC nella Chiesa di papa Francesco”. Per motivi di salute, il relatore, p. Bruno Secondin, non ha potuto presentare di persona il suo testo che è stato letto in aula dal vicario generale dei salesiani, don Francesco Cereda.

Nel contributo di Secondin sono stati delineati  i “nuovi orizzonti” del progetto ecclesiale di papa Francesco, un papa  che «sembra pieno di fantasia per destrutturare il sistema ecclesiastico sacralizzato, e ricco di passione creativa per ricostruire l'identità ecclesiale ripartendo dal Vangelo». Siamo di fronte ad una “identità in progress”, ad un “pensiero aperto”, ad una “capacità creativa che lascia spiazzati tutti».

Non si capisce molto di Francesco, dice Secondin, «se lo si chiude nel confronto con i suoi (immediati) predecessori». Non è “ossessionato” dal fatto di voler essere "diverso" rispetto a Giovanni Paolo II o a Benedetto XVI. «Non ha nessun complesso di inferiorità o di dissomiglianza: è semplicemente se stesso». La sua impostazione teologica è latinoamericana, non europea. Le sue “priorità” sono quelle legate alle culture emergenti, alle masse degli impoveriti, alla corruzione globale, alle tradizioni violentate, alle donne e ai poveri, ai conflitti tribali, alle dittature di vario colore, alle differenze etniche».

Le sue preoccupazioni ecclesiali,  anche se vuole una "Chiesa in uscita" dalle sue “ossessioni”, dalle sue “malattie”, non sono comunque quelle legate principalmente alla “riforma” della Curia. E’ un fatto che sono in tanti quelli che «fanno fatica a seguirlo nelle sue anticipazioni». Non ha mai nascosto la sua “matrice gesuitica”. La sua appartenenza alla vita religiosa, anzi, lo ha arricchito di una capacità di adattamento e di intuizioni molto spesso assenti in chi proviene dalle file del clero diocesano.

Per Secondin papa Francesco «è il primo vero papa postmoderno». L’immediatezza del suo rapporto umano, un certa “demitizzazione”  della “sacralità” del vivere ecclesiastico, non solo da una parte «rompono in maniera sconcertante», ma dall’altra stanno producendo «un nuovo senso di appartenenza e partecipazione» ad una Chiesa intesa come “casa ospitale”, come “ospedale da campo” e non “dogana né museo di tradizioni obsolete”.

Papa Francesco «ha un istintivo fastidio per tutte le "formalità" e i formalismi della curia romana». Se il popolo dei credenti e anche di tanti non credenti o di altre religioni lo hanno preso in simpatia, è soprattutto per il fatto che in lui vedono un “uomo diventato Papa”, un “uomo normale”, che vuole rimanere tale non solo nel modo di abitare, di vestire, ma anche nelle relazioni, nelle emozioni. Che poi attorno a lui ci siano sensibilità differenti, non fa nessuna meraviglia. E’ successo con ogni Papa. Mal sopporta il "narcisismo teologico" e soprattutto quella che lui chiama la "mondanità spirituale". L'unico scopo per cui la Chiesa esiste è per portare “l'abbraccio di Dio” agli “scarti” della società, ai derelitti, agli ultimi della terra. E’ facile allora comprendere come, per lui, l'architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia: «Nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia».

Papa Francesco è «il primo Papa che non ha vissuto direttamente il concilio». Eppure ne è il “frutto più maturo”, avendone acquisito il metodo, lo spirito e il soffio carismatico. Lo dimostra la sua ferma convinzione che «nel “popolo dei credenti” e in quello di ogni persona onesta, ci sia «un’apertura alla trascendenza, una disponibilità al vero e al bene»; anzi, spesso c’è un sensus Dei et fidei più profondo di quello degli stessi “professionisti della fede”. Sul piano delle categorie esistenziali il primato è occupato dai poveri, da quanti nella società «sono marginali, di scarto, esclusi, ultimi, rifiutati, vittime, soli, inutili». Questa, precisa Secondin, è una «pura opzione evangelica, non sociologica». E’ in gioco la dignità della vita.

Fin dagli inizi del suo servizio pastorale papa Francesco ha coniato un vero e proprio criterio ermeneutico, quello delle “periferie esistenziali”. Da quest’angolo di visuale, non si stanca di ripetere, è più facile capire la realtà, il mondo e anche la vita della Chiesa, continuamente sollecitata a  «collocarsi ai "margini", a diventare se stessa frequentando le periferie geografiche ed esistenziali, a vivere uno stato di rifondazione e reinvenzione evangelica». Del tutto conseguente l’invito, allora, “ad uscire” non solo per compatire pietosamente chi soffre, ma piuttosto per favorire «una vera e originale rielaborazione dell'identità stessa della Chiesa». Ma, anche qui, le resistenze, spesso, vengono proprio da quegli apparati ecclesiastici, che della Chiesa «hanno fissato fisionomia e compiti, a proprio uso e consumo».

Tentando di rileggere alla luce di queste premesse la realtà della vita consacrata (VC) in questi ultimi decenni, anche se è stata «snobbata nei Sinodi continentali e in quelli tematici, (anche se si è) affaticata di suo per l'anemia di forze e la crisi di progettualità», proprio in questo contesto, osserva Secondin, «ha continuato il suo servizio, ha subíto umiliazioni senza quasi essere calcolata». Per certi versi è stata «resa invisibile e sub tutela, per favorire invece il protagonismo di altre aggregazioni rampanti». Quante volte è stata «gratuitamente criticata come residuo in via di estinzione!». Con Francesco, invece, è stata chiamata «ad un nuovo protagonismo, tolta dall'emarginazione e dall’invisibilità, per partecipare alla nuova forma Ecclesiae, con coraggio profetico». Se si può dire che è “passato l’inverno”, perché fiorisca una nuova primavera «ci vogliono risorse fresche» che sappiano garantire «un ritorno serio e purificatore alla centralità della sequela Christi, ad un senso ecclesiale non più basato sull'efficienza e il darsi da fare, ma sull'ascolto empatico delle nuove domande, dentro i nuovi contesti, per non dare risposte vecchie a domande che nessuno fa». Non è più il tempo di ripiegarsi su se stessi, di lasciarsi asfissiare dalle piccole beghe di famiglia, di rimanere prigionieri dei proprio problemi. E' possibile trovare «la vita dando vita, la speranza dando speranza, l'amore amando».

Ancora nel suo intervento al Sinodo sulla VC del 1994, mons. Bergoglio, allora vescovo ausiliare di Buenos Aires, aveva parlato delle tre tensioni a cui dovrebbe rispondere la VC: stare in mezzo al popolo di Dio, in una specifica Chiesa locale, contribuendo, col proprio carisma, all'edificazione comune nella fede, garantire una chiara e responsabile identità carismatica, evitando «un atteggiamento di mondanità spirituale che distrugge la vita consacrata», immergersi nella realtà storica senza ipocrisie, fermentando il tutto in vista di una pienezza che si realizza oltre il tempo.

Il testo più organico di papa Francesco sulla VC è la sua Lettera apostolica a tutti i consacrati (21 novembre 2014) per l'inizio dell'Anno della VC. Non vi si trova una teoria generale della VC. Vi si colgono i temi a lui più cari: la centralità costante e distintiva della sequela Christi, la testimonianza della comunione, l'invito ad elaborare risposte evangeliche sempre più adeguate alle esigenze di testimonianza e di annuncio", l'insistenza sulla gioia che scaturisce dalla sequela generosa, la sfida a "mai rinunciare alla profezia" e a "creare 'altri luoghi', dove si viva la logica evangelica del dono, della fraternità, dell'accoglienza della diversità, dell'amore reciproco, la disponibilità a percorsi nuovi di interculturalità, di solidarietà, di prossimità, di riutilizzo delle grandi case a beneficio delle nuove esigenze di accoglienza e in risposta al grido dei poveri.

Nella terza e ultima parte della Lettera, viene affrontato il tema del dialogo con tutte le componenti ecclesiali: le nuove esperienze di "famiglia carismatica" allargata con i laici e fra istituti, l'inserimento in mezzo al popolo di Dio e la convergenza con il tema incandescente della famiglia in questo periodo "sinodale". Parlando poi di forme di fraternità e comunità presenti nelle Chiese non cattoliche e anche in tutte le grandi tradizioni religiose, papa Francesco vene nella VC una preziosa risorsa per il dialogo ecumenico e interreligioso. Senza negare fragilità e ombre, si può trovare nella Lettera una presentazione serena della VC, della sua identità carismatica, ecclesiale e profetica. Papa Francesco «non pensa che questo genere di vita sia arrivato al capolinea… ma onestamente richiama i rischio della sacralizzazione degli schemi dati».

Nella guarigione del cieco di Gerico, Bartimeo, ha concluso Secondin, è forse possibile trovare la sintesi delle sofferenze patite dalla VC in questi ultimi decenni. «Costretta a vivere al margine, proprio come il cieco, rimproverata e zittita per vario tempo, o accusata di dare disturbo alla "comunione" e alla gestione tranquilla del sistema, la VC ha passato tempi di tristezza di sicuro e di invisibilità». Con l’indizione dell’Anno della VC, «è come se avesse detto: "Coraggio, alzati!" a tutti i consacrati». Li ha invitati «ad alzarsi, a gettare mantelli e difese, pigrizie e resistenze, alibi e mondanità, per una reciproca conoscenza nella verità… per una nuova libertà nella sequela, dentro una Chiesa che a volte rischia di irrigidirsi nella sua autoreferenzialità sacralizzata».

Angelo Arrighini, 27/05/2015

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