84ª Assemblea USG - 1° giorno. La vocazione alla libertà nel matrimonio e nella vita consacrata

Stampa

27/11/2014

ROMA - L’assemblea semestrale dei superiori generali, dopo un ampio confronto sull’intervento di apertura di don Mario Aldegani, nel pomeriggio ha proseguito i suoi lavori con le relazioni dei coniugi Magatti e dei dehoniani Lorenzo Prezzi ed Enzo Brena.

«La Chiesa cattolica, hanno esordito i coniugi Magatti, è una delle pochissime (forse l'unica) tra le istituzioni occidentali sopravvissuta all'avvento della modernità». Come riaffermare il valore perenne del matrimonio cristiano in un contesto sociale sempre più contrassegnato dalla incontestabile crisi della famiglia? Papa Francesco ha aperto una strada maestra: discutere, ascoltare, cercare insieme, prendere sul serio le ragioni di chi la pensa diversamente. Più che delle cose da fare, papa Francesco «ha in mente un orizzonte di senso verso cui tendere», senza limitarsi a contrapporre gli innovatori ai tradizionalisti. «Pensare che l'intento del papa sia quello di blandire la cultura contemporanea, annacquando l'originalità cristiana, vuol dire essere completamente fuori strada. È vero, semmai, il contrario: il sinodo, infatti, è stato convocato proprio perché la Chiesa tutta arrivi a stabilire  cosa dire e come fare per contrastare la deriva che si afferma in questa fase storica, rilanciando la famiglia come prima ed essenziale cellula della vita personale e sociale».

Come non vedere in questa prospettiva, allora, qualcosa di profetico? Solo partendo dalla consapevolezza della concreta realtà e della crisi della famiglia è possibile “immaginare e creare il futuro”. La vera partita che il sinodo si è trovato ad affrontare è tutta qui: tentare di “re-inculturare” la famiglia - per secoli il cardine della trasmissione della vita e il fondamento dell'identità personale - nel modo di vita contemporaneo. Detto in altre parole: «come trovare un equilibrio tra l'esigenza di riaffermare la verità della famiglia e non perdere il contatto con la travagliata esperienza umana dei nostri giorni?». Non si tratta di «difendere la famiglia nucleare ben chiusa nel proprio appartamento con le piccole sicurezze che poi diventano soffocanti». Si tratta, invece, di ipotizzare «l'alleanza tra alterità, inserita in una catena di generazioni, aperta alla vita», senza negare la legittimità di “altre forme di alleanza”. Alla famiglia è chiesto di riguadagnare la sua originaria  vocazione non di chiusura, ma di apertura alla vita, agli altri, al senso. La famiglia non può essere però abbandonata a sé stessa. Ha bisogno di una comunità cristiana che sappia «tornare a essere - come in altre epoche storiche - la levatrice di nuovi modelli  di vita». Una comunità capace di custodire e rinnovare il proprio tesoro «non ha paura nel farsi prossima a chi porta nella carne della propria vita i segni delle ferite prodotte da una umanità - quella della nostra contemporaneità - tanto  presuntuosa quanto disorientata».

Evidenziando alcuni “punti di attenzione” per il cammino successivo del sinodo, i coniugi Magatti hanno ricordato che le domande vengono molto prima delle risposte. La tentazione delle risposte immediate e rassicuranti, infatti, andrebbe sempre scongiurata con la libertà di prendersi tutto il tempo necessario per l’ascolto. Papa Francesco non ha mai avuto paura di mostrare la diversità di posizioni all’interno della Chiesa. Secondo il suo “metodo paradigmatico”, prima bisogna saper ascoltare la realtà, lasciandosi interpellare dai segni dei tempi e dai bisogni, dalle sofferenze, dalle gioie della vita concreta delle persone; l’ascolto, poi, dev’essere integrato dalla riflessione, dal confronto, dalla comunicazione delle diverse posizioni. Nessuna meraviglia se all’interno di una Chiesa “mondiale”, per forza di cose, sulle singole questioni non possono non esserci «diverse angolature di visuale ed

Mentre non si può equivocare sul concetto di matrimonio come vincolo indissolubile tra un uomo e una donna, aperto alla vita, andrebbe invece riscoperto il significato dinamico della famiglia intesa come persone che vivono insieme in un clima di fraternità, di solidarietà, di affetto. Se c’è una esigenza che sta alla base della convocazione del sinodo, hanno concluso i coniugi Magatti, la si può sintetizzare «nella disponibilità  della Chiesa a interrogarsi su se stessa, su quello che essa può fare, come comunità, per  favorire la nascita di  forme di vita famigliare  più "centrate"  rispetto alle condizioni della vita contemporanea».
 
Introducendosi a parlare del rapporto famiglia e vita consacrata nel contesto dei due sinodi sulla famiglia, Lorenzo Prezzi, direttore di Settimana e di Testimoni, si è chiesto se la loro coincidenza con l’anno della vita consacrata, sia un fatto puramente occasionale o non piuttosto «una condizione spirituale da valorizzare». È certo comunque che tra vita consacrata e famiglia non mancano evidenti elementi in comune, come la grave crisi che ambedue stanno oggi attraversando. Mentre da una parte, Camilo Maccise, ancora nel 1993 parlava con molta libertà della fine irreversibile di un modello organizzativo e spirituale della vita religiosa, dall’altra, i coniugi Magatti, ancora nell’assemblea USG del maggio scorso, avevano enumerato i tratti più salienti della grave crisi che sta oggi attraversando la famiglia: l’aumento dei divorzi, la crescita delle nascite extraconiugali, la moltiplicazione delle famiglie monogenitoriali, la riduzione del numero di matrimoni.

In un suo recente documento sulle famiglie come “specchio della società”, l’episcopato francese – in piena consonanza con quanto sta avvenendo nell’ambito della vita consacrata, ha commentato Prezzi – vedeva nel primato dell’individuo forse il tratto più caratteristico della cultura contemporanea occidentale. Il mutamento dei valori, la riformulazione delle relazioni tra uomo e donna, la separazione tra pubblico e privato non riguardano solo la famiglia, ma anche la vita consacrata. Se ad esempio la famiglia, fortissima nel privato, è priva di riconoscimento pubblico, la comunità religiosa sta di fatto scomparendo nell’immaginario collettivo.

Ciò che invece sembra persistere in maniera ancora molto radicata è la netta subordinazione del matrimonio nei confronti della verginità. L’esemplificazione fatta da Prezzi - da Leone Magno ad Agostino, al Concilio di Trento, a Pio XII – a questo riguardo sembra quasi scontata.
La radicale inversione di un impianto che «ha attraversato la teologia patristica, l’elaborazione sistematica della scolastica e della teologia fino al recente concilio» la troviamo proprio in quest’ultimo evento ecclesiale con l’affermazione centrale della universale chiamata alla santità. E’ un dato di fatto che oggi, sia nel magistero che nella coscienza della Chiesa si avvertono «reperti e suggestioni che vanno nella direzione del collegamento tra vocazione matrimoniale e consacrata». Passaggi in tal senso sono reperibili, ad esempio, nel messaggio al popolo di Dio del sinodo sulla nuova evangelizzazione, nella relazione al concistoro del 20 febbraio 2014 del card. Kasper, nello stesso Instrumentum laboris del sinodo sulla famiglia. Non mancano alcune vere e proprie interpretazioni teologiche in tal senso. Una per tutte: «Sia i coniugi che i vergini sono veramente chiamati all’imitazione di Cristo, rivivendolo ciascuno a suo modo, senza esclusioni di sorta» (Giovani Moioli). Questo consente a Prezzi di parlare, nonostante l’inevitabile tensione fra le due vie, di «piena dignità cristiana di matrimonio e vita consacrata». Se il battesimo, come afferma J. Granados Garcìa, «è il momento in cui accediamo al ritmo temporale di Cristo, (allora) qualsiasi vocazione successiva deve radicarsi qui, e da qui prendere diverse forme nella Chiesa».

Già Vita consecrata aveva, per altro, anticipato una possibile e particolare convergenza di famiglie e vita consacrata. Le “nuove comunità” cos’erano se non «gruppi composti da uomini e donne, da chierici e laici, da coniugati e celibi, che seguono un particolare stile di vita, talvolta ispirato all’una o all’altra forma tradizionale o adattato alle esigenze della società di oggi?» (62). Anche se in forme diverse, tutte erano (e sono) animate da una intensa aspirazione alla vita comunitaria, alla povertà e alla preghiera.

In  genere queste nuove fondazioni o comunità, come afferma uno dei loro più attenti osservatori, Giancarlo Rocca, «preferiscono l’istituto misto, composto di uomini e donne», arrivando ad avere un'unica direzione per tutti, legando strettamente a sé i laici, anche sposati, condividendo (a volte anche in comunità di vita) le opere apostoliche di un determinato istituto». Al termine di una rapida presentazione di alcune fra le più note di queste nuove comunità (Foyers di charité, Das Werke, Comunità dei figli di Dio, Arca, Piccola famiglia dell’Annunziata, Fraternità missionaria Verbum Dei, Adsis, Integrierte Gemeinde, Comunità Giovanni XXIII, Chemin Neuf, Villapizzone), Prezzi non esclude di trovarsi di fronte ad un possibile “nuovo racconto della vita consacrata”.

Ponendosi in una prospettiva più nettamente di carattere psicologico, Enzo Brena prova a chiedersi che cosa oggi possono dirsi, l’una all’altra, le due vocazioni alla vita consacrata e al matrimonio. Se, come affermava il monaco trappista Thomas Merton, «tutte le vocazioni hanno, nel pensiero di Dio, lo scopo di manifestare nel mondo il suo amore», allora è chiaro che «non ci sono vocazioni più degne o più importanti di altre». Con estrema chiarezza, nel concistoro del febbraio scorso, il card. Kasper, partendo dal presupposto comune della “libertà di scelta”, aveva affermato che «il matrimonio e il celibato si valorizzano e si sostengono a vicenda, oppure entrambi entrano in crisi». Anche solo sulla base dalla sua esperienza, il relatore poteva confermare quanto si riveli “critica” e “complessa” questa libertà di scelta di fronte, ad esempio, al fenomeno dei numerosi abbandoni di consacrati e sacerdoti, o di separazioni e divorzi nel matrimonio. Sempre più frequentemente «l’entusiasmo, la passione e la buona volontà degli inizi nel giro di poco tempo si trasformano in disincanto, delusione e defezione». Per quale motivo? Perché «nel vissuto interiore dell’uomo, dietro la parola “libertà” si nasconde sempre il miraggio di un’indipendenza totale, alimentata oggi, in modo inedito, dalla realtà virtuale». Anche se il mondo virtuale non può certo diventare il “capro espiatorio” di ogni problema nel mondo di oggi, però è un fatto che trova buon gioco di fronte a tante “fragilità umane”. Perché stupirsi se questa specie di “onnipotenza virtuale” rischia di diventare inesorabilmente un “suicidio della libertà”?

«Le crisi attuali di tanti religiosi, preti, sposi e spose che abbandonano il cammino intrapreso rivelano un disarmo vocazionale attuato in tempi brevi e su criteri prevalentemente affettivi». Non è tanto un problema di investimento dei propri affetti su un’altra persona, ma piuttosto di chiusura su se stessi, sul proprio mondo emotivo. Anche matrimonio e vita consacrata «si trovano a patire in presa diretta gli effetti meno simpatici di questi mutamenti culturali», con inevitabili “travisamenti culturali”.

Giocando in positivo la “libertà di scelta”, soprattutto alla luce della libertà di amare come ama Dio, matrimonio e vita consacrata hanno qualcosa d’importante “da dirsi e donarsi”. Mentre nel matrimonio un uomo e una donna decidono «di camminare insieme verso la pienezza dell’amore di Dio attraverso la mediazione coniugale e la prole», nella vita consacrata ci si impegna «a mettersi nel solco della scelta di Cristo anche in termini di valori strumentali: voti, comunità, servizio aperto a tutti, soprattutto i più piccoli», testimoniando quella misericordia che ha conosciuto incontrando Cristo. Proprio  per questo la vita consacrata è in grado di «rapportarsi utilmente con la famiglia per ricordarle che la misura dell’amore «non si esaurisce nel criterio della reciprocità e non si riduce al grado di parentela, ma consiste nell’essere vivi e fecondi per l’Amore, e quindi davvero figli di Dio».

Mentre il consacrato ricorda agli sposi di non ripiegarsi mai su se stessi per potersi aprire all’apostolato, nello stesso tempo dovrebbe percepire, a sua volta,  l’importanza della testimonianza degli sposi, ricordandosi che non esiste “amore senza carne”, “senza un corpo”, senza la mediazione di un fratello o di una sorella. «Sappiamo fin troppo bene che nella vita consacrata troppo spesso l’amore rischia di limitarsi a essere un genere letterario, se non proprio una comoda via di fuga “spirituale” dal fratello concreto che le circostanze mettono sul nostro cammino». Anche per Enzo Brena, la convergenza temporale del sinodo sulla famiglia e dell’anno della vita consacrata potrebbe rivelarsi come una grande opportunità: quella di «riscoprire il fondamento comune: la vocazione alla libertà dell’amore di Dio».

Angelo Arrighini, 27/11/2014

AddThis Social Bookmark Button