Il Superiore generale dei Figli di Maria Immacolata - Pavoniani sull'anno della vita consacrata

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12/06/2014

VITA CONSACRATA - Anticipiamo l'intervista - riflessione di padre Lorenzo Agosti, Superiore generale dei Pavoniani, che apparirà sul numero 4/14 della rivista Vita Consacrata.

Che cosa si augura e si aspetta dalla celebrazione di questo anno? Che cosa potrebbe suggerire?

"Una gradita sorpresa è stato l’annuncio dato da papa Francesco, il 29 novembre del 2013, a conclusione dell’incontro con i Superiori generali, tenuto nell’aula del Sinodo in Vaticano: l’indizione, cioè, per il 2015 di un anno della vita consacrata. Un convinto e prolungato applauso ha accompagnato le parole di papa Francesco da parte dei circa 120 Superiori generali presenti. Si è subito percepito che si trattava di un grande dono e di una straordinaria opportunità che venivano offerti alla vita consacrata e, di conseguenza, anche alla Chiesa stessa. Perché la vita consacrata appartiene fermamente alla vita, alla santità e alla missione della Chiesa (cf LG 44 e VC 3). Promuovere la vita consacrata significa perciò contribuire efficacemente alla missione della Chiesa e, in particolare, alla nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana, alla diffusione cioè della gioia del vangelo.

La vocazione consacrata fatica ad essere compresa in modo adeguato nel popolo cristiano. Un anno speciale ad essa dedicato potrà servire a farne cogliere il valore e il significato. Il fatto che in tutta la Chiesa si rifletta sul dono e sul senso della vita consacrata rappresenterà un’occasione particolare per la comprensione dell’identità di questa vocazione nella Chiesa e per la conoscenza dei molteplici carismi che la caratterizzano. Dipenderà anzitutto da noi consacrati il prepararci adeguatamente a vivere quest’anno, in modo che sia un momento propizio anche per la pastorale vocazionale. Se ben preparato e celebrato, potrà suscitare nei giovani credenti un interrogativo sul senso della vita consacrata come chiamata e opzione possibile anche per loro.

La celebrazione di questo anno, unico finora nel suo genere, deve sollecitare i consacrati ad identificare ed intensificare  iniziative consistenti di pastorale e, in particolare, di pastorale giovanile, per contribuire ad una formazione integrale dei giovani, aiutandoli a cogliere e ad impostare la loro vita come risposta ai doni e alla chiamata di Dio. Ma perché questo succeda è necessario che, insieme con opportune proposte, i consacrati offrano una testimonianza autentica (personale e comunitaria) della propria identità, del proprio spirito e della propria missione. In questo senso, l’anno della vita consacrata è un appello e un’opportunità in primo luogo per gli stessi consacrati, perché ravvivino il dono di Dio costituito dalla loro vocazione a servizio della Chiesa e per l’annuncio del vangelo. Stiamo vivendo un passaggio epocale nella storia della vita consacrata: un ciclo si sta chiudendo e nuovi scenari, ancora non ben definiti, si profilano all’orizzonte. In questo frangente, l’anno della vita consacrata, insieme con la figura di papa Francesco, che è espressione della vita consacrata, può costituire un vero kairòs.

Tre suggerimenti:

Un primo suggerimento riguarda le realtà locali: l’apertura periodica di ogni comunità consacrata (maschile e femminile) alla parrocchia in cui è inserita (e al gruppo di parrocchie che sono vicine), con momenti di preghiera, di conoscenza e di confronto/collaborazione (programmati insieme tra parrocchie e comunità religiose e comunicati ai fedeli con opportuni inviti).

A livello poi della Chiesa diocesana/nazionale si potrebbe fissare durante l’anno la celebrazione di una giornata della vita consacrata (al di là della festa tradizionale del 2 febbraio, che cade in un giorno feriale), come occasione per dare concreta e particolare risonanza al tema dell’anno. [Potrebbe essere, ad esempio, la II domenica di quaresima, come avveniva in diocesi di Vicenza con il Vescovo Arnoldo Onisto.]

Per la Chiesa universale, infine, circostanze consentendolo, si potrebbe tenere una solenne canonizzazione di santi religiosi.

Che cosa teme o cosa non si augura o cosa si dovrebbe evitare nella celebrazione di questo anno?

Alcuni rischi possono compromettere il buon esito dell’anno della vita consacrata. Un rischio potrebbe derivare dalla poca convinzione e dalla scarsa premura di alcune Conferenze episcopali o di singoli Vescovi (e, di conseguenza, di qualche parroco) nel promuovere tra i fedeli la celebrazione di questo anno. Perché potrebbe sembrare meno importante o significativo per la Chiesa, rispetto all’anno della fede o all’anno sacerdotale, che si sono tenuti ultimamente. Potrebbe sembrare un evento che riguarda una parte limitata della Chiesa, ma che non interessa la Chiesa in quanto tale nella sua globalità.

Una piccola spia di questo rischio può essere colta, ad esempio, dal non avere avuto l’avvertenza, quest’anno 2014 in Italia, di evitare la sovrapposizione tra la giornata della vita consacrata e la giornata della vita, la prima domenica di febbraio. La celebrazione della giornata della vita ha sovrastato e offuscato la giornata della vita consacrata. Cadendo il 2 febbraio in domenica, si poteva per una volta trasferire la giornata della vita alla seconda domenica di febbraio, per dare maggiore risalto in tutta la Chiesa alla realtà della vita consacrata. Se non ci sarà pieno e convinto sostegno da parte dei Vescovi, l’anno può finire di passare in sordina e di non incidere secondo quanto si attende papa Francesco nell’averlo indetto. Può rimanere un evento che riguarda prevalentemente i consacrati e che non riesce ad uscire dal loro ambito.

Un altro rischio potrebbe derivare dall’eventualità che i consacrati camminino in ordine sparso, non ben armonizzando la specificità dei singoli carismi con l’insieme della vita consacrata e con il loro inserimento nella vita della Chiesa e nella sua missione.

Il punto fondamentale di queste considerazioni riguarda il mistero di comunione nella e della Chiesa. Se si perde di vista che nella Chiesa ogni vocazione (sacerdotale, consacrata, laicale) è un dono di Dio che la arricchisce e contribuisce alla sua missione nel mondo, si tradisce l’appassionato testamento di Gesù: «Tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Questa unità ci riguarda tutti. Promuovere e vivere l’unità e la comunione nella Chiesa tra i carismi e i ministeri è una condizione indispensabile per l’efficacia della sua testimonianza e della missione ricevuta da Gesù. Ogni vocazione è a servizio del regno di Dio. Nessuno nella Chiesa può pensare soltanto a  se stesso. «Non pensare di salvare soltanto te stessa» riferì Mardocheo ad Ester (Est 4,13). Ad ognuno nella Chiesa deve stare a cuore il bene di tutti. Apprezzare le altre vocazioni porta vantaggio alla propria vocazione e a tutta la Chiesa. Se è logico avere «amore di predilezione» al proprio carisma, si dovrà però avere rispetto, come già affermava il beato Lodovico Pavoni nell’Ottocento, di tutti gli altri « e se ne parlerà all’occorrenza con venerazione», se ne dirà cioè «sempre in bene quanto si può, per far conoscere la stima ed il rispetto che si nutre per tutti». 

Sapremo dimostrare comunione e crescere in comunione nella Chiesa? Sapremo «sviluppare una comunione nelle differenze» (EG 228)? Questa mi pare una delle sfide dell’anno della vita consacrata. Vincerla, porterà a realizzare quanto papa Francesco auspica nell’Evangelii gaudium: «Ai cristiani di tutte le comunità del mondo desidero chiedere specialmente una testimonianza di comunione fraterna che diventi attraente e luminosa … È quello che ha chiesto con intensa preghiera Gesù al Padre: “Siano una sola cosa … in noi … perché il mondo creda” (Gv 17,21). Attenzione alla tentazione dell’invidia! Siamo sulla stessa barca e andiamo verso lo stesso porto! Chiediamo la grazia di rallegrarci dei frutti degli altri, che sono di tutti» (EG 99).

Padre Lorenzo Agosti
Superiore generale - Figli di Maria Immacolata – Pavoniani

Fonte: Rivista Vita Consacrata 4/2014

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