Catechesi mistagogica della VI Domenica del Tempo Ordinario / B

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13/02/2015

SPIRITUALITÀ - Don Francesco Dell'Orco, parroco della comunità "Stella maris", (Bisceglie - BAT in Puglia), propone, in occasione dell'anno della vita consacrata, una catechesi mistagogica domenicale con riferimenti alla Evangelii gaudium di Papa Francesco e al Magistero sulla Vita consacrata. Dice don Francesco: “Vorrebbe essere un piccolo dono per le persone consacrate, che tanto hanno contribuito nel mio cammino vocazionale”.


“Io sono il Signore, colui che ti guarisce”(Es 15,26)

L’antifona d’ingresso (Sal 30/31,3-4) è una preghiera nella prova, la supplica fiduciosa di un uomo afflitto. Dio è per noi difesa, roccia di rifugio, rupe e fortezza nella lotta contro i nostri nemici spirituali e nelle persecuzioni. Invochiamo con fiducia l’aiuto di Dio, che viene in aiuto alla nostra debolezza. Egli è la nostra unica speranza, il nostro Salvatore, colui che ci prende sotto la sua protezione. I Padri della Chiesa hanno attribuito l’intero salmo a Cristo, che nella sua dolorosa passione affidò il suo spirito nelle mani del Padre (v. 6), al quale dopo la sua gloriosa risurrezione rese grazie per sé e per i suoi fedeli.

Nella Colletta riconosciamo che Dio ha promesso di essere presente in coloro che lo amano e con cuore sincero custodiscono la sua parola, come ha detto Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Al Padre chiediamo la grazia di diventare sua stabile dimora. Ciò avviene mediante la comunione eucaristica, la confessione della fede e la testimonianza della carità. Leggiamo, infatti , in Gv 6,56: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”. E in 1 Gv 4,15-16: “Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui”.

Con la Colletta Anno B chiediamo al Padre di guarirci dal peccato che ci allontana da lui e dai fratelli,  e dalle discriminazioni che lacerano il nostro cuore; gli domandiamo anche di aiutarci a riconoscere la carne del suo Figlio crocifisso nel volto del lebbroso (cf. Mt 25,40), per collaborare all’opera della nuova creazione e proclamare ai fratelli la sua tenerezza misericordiosa (cf. Mc 1,45).

Nell’AT l’autore del libro del Levitico (13,1-2. 45-46) presenta il vademecum del sacerdote dell’antica alleanza che, in presenza di un lebbroso, doveva decidere la diagnosi e le precauzioni collettive contro il contagio. Chi era assalito da qualsiasi malattia della pelle era considerato oggetto della collera di Dio. Ritenuto peccatore e maledetto, il lebbroso era segregato dalla comunità. A motivo della “impurità legale”, il malato era un morto vivente, destinato all’isolamento assoluto. Pertanto, doveva farsi riconoscere pubblicamente indossando vesti lacerate e gridando: “impuro, impuro”  per evitare che la gente lo toccasse. Doveva dimorare fuori della città.

Il Salmo 31/32, 1-2. 5.11 è una preghiera penitenziale. Soltanto Dio può togliere la lebbra del cuore o dell’anima, il peccato. Per ottenere la remissione del peccato, l’uomo è chiamato ad umiliarsi davanti a Dio, confessando di essersi allontanato dalla sua volontà. Illuminati dalla Parola di Dio, riconosciamoci peccatori, scoprendo il nostro peccato e confessandolo a Dio, che con il suo amore misericordioso ci perdona sempre. Chi riconosce di aver peccato, è riabilitato da Dio, che ci salva senza alcun merito, come ci ricorda Paolo in Rm 4,6-8: “Così anche Davide proclama beato l’uomo a cui Dio accredita la giustizia indipendentemente dalle opere: Beati quelli le cui iniquità sono state perdonate e i peccati sono stati ricoperti; beato l’uomo al quale il Signore non mette in conto il peccato! “.

In 1 Gv 1,8-10. 2,1-2 leggiamo: “Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non aver peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi. Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate, ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paraclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. E’ lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo”. 

Gesù Cristo, divina misericordia, che con la sua beata passione ha inaugurato la remissione dei peccati, ha affidato l’esercizio del potere di assolvere  i peccati agli apostoli e ai loro successori, i Vescovi, coadiuvati dai presbiteri, come emerge da Gv 20,21-23: “Gesù disse ai discepoli di nuovo: “Pace a voi ! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo: A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. 

Preghiamo per intero questo salmo che ben ci prepara a celebrare il sacramento della penitenza, in cui ci accostiamo al trono della Grazia, il Crocifisso Risorto, per ricevere la misericordia del Padre e accogliere la grazia dello Spirito Santo (cf. Eb 4,16), che è la remissione dei peccati, attraverso il ministero della Chiesa. Perdonati e liberati dal peccato in virtù della misericordia di Dio, rallegriamoci ed esultiamo camminando in novità di vita, servendo il Signore in santità e giustizia (cf. Lc 1,74-75), con cuore retto e sincero (cf. Sir 2,2).

L’apostolo Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (10,31-11,1) affronta la questione della liceità delle carni immolate in sacrificio agli idoli, che non sono una realtà. Paolo dà due principi: “fate tutto per la gloria di Dio” (v. 31) e “non siate motivo di scandalo né ai Giudei né alla Greci, né alla Chiesa di Dio” (v. 32). Il cristiano è chiamato a compiere anche le azioni più semplici e quotidiane, come il mangiare e il bere, nel compimento fedele del volere di Dio, mettendo al primo posto la sua legge. In tal modo verrà santificata la sua giornata temporale. Inoltre, egli deve ricordarsi di non essere di inciampo o di intralcio a nessuno sul cammino del bene: si tratti di fratelli appartenenti alla medesima Chiesa di Dio o di non credenti.

Come Paolo, anche noi siamo chiamati a soffrire e a morire per il Vangelo, cercando di piacere a tutti, ricordando che l’obiettivo della predicazione del Vangelo è la salvezza dei fratelli, cioè che essi si convertano credendo al Vangelo, poiché il tempo è compiuto e il Regno dei cieli è vicino (cf. Mc 1,15). Paolo ci esorta a non sciupare il tempo in questioni secondarie, ma a riscoprire l’essenziale, il Vangelo, la Verità che ci fa liberi, sapendo che “il Regno di Dio infatti non è cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo; chi si fa servitore di Cristo in queste cose è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini” (Rm 14,17-18). Evitiamo le polemiche inutili, cercando prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia (cf. Mt 6,33), spendendo la vita per i nostri fratelli, imitando Cristo, sull’esempio di Paolo . Viviamo eucaristicamente, rendendo grazie al Padre per Cristo nello Spirito, cercando di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo (cf. Rm 15,2).


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Don Francesco Dell'Orco
parroco della comunità "Stella maris"
Via Luigi di Molfetta,147
76011- Bisceglie – Bat

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