Il senso della sofferenza - Trent’anni fa la «Salvifici doloris»

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13/02/2014

dolorisSPIRITUALITA' - «Questo è il senso veramente soprannaturale ed insieme umano della sofferenza. È soprannaturale perché si radica nel mistero divino della redenzione del mondo, ed è altresì profondamente umano perché in esso l’uomo ritrova se stesso, la propria umanità, la propria dignità, la propria missione». L’11 febbraio di trent’anni fa Giovanni Paolo II firmava la lettera apostolica Salvifici doloris sul senso della sofferenza e affrontava un tema tra i più delicati.

La sintesi che il beato Giovanni Paolo II ci offre nella lettera apostolica non solo non ha perso nulla del suo valore, ma continua a offrire essenziali spunti di riflessione, ancor più alla luce dell’attuale atteggiamento della società occidentale di fronte alla sofferenza, quello del netto rifiuto e del tentativo di occultarla. Un filo rosso percorre il documento: Dio e l’uomo, divinità e umanità, senso soprannaturale e senso umano vanno insieme, come se il Creatore avesse scelto di dire alla creatura che proprio là dove il cammino si fa più difficile il suo braccio e quello dell’uomo sono più fortemente l’uno nell’altro. Così la sofferenza, «inseparabile dall’esistenza dell’uomo» nonostante la tentazione di dimenticarla, ha un primo senso soprannaturale appunto perché, ci dice Giovanni Paolo ii, è entrata con Gesù nella «dimensione della redenzione», è stata lo strumento attraverso il quale il Figlio di Dio ha vinto il peccato e la morte. «Nella Croce di Cristo non solo si è compiuta la redenzione mediante la sofferenza ma anche la stessa sofferenza umana è stata redenta» e «ogni uomo ha una sua partecipazione alla redenzione» mediante la sofferenza, si fa stretto collaboratore del progetto divino.

Il secondo senso è quello umano: pur restando il soffrire «una prova, a volte una prova alquanto dura», l’uomo vi può ritrovare se stesso in due modi. I pazienti spesso ci mostrano una maturità, una profondità di pensiero e una visione della vita che mancano a noi sani ed efficienti: rompendo la dura scorza del dolore a volte qualcosa sembra dischiudersi e parlare della parte più vera e intima dell’uomo e, da sani, si finisce per restare sbigottiti di fronte a certi malati, di fronte all’uomo che «ritrova se stesso».

«Allorché questo corpo è profondamente malato, totalmente inabile e l’uomo è quasi incapace di vivere e di agire, tanto più si mettono in evidenza l’interiore maturità e grandezza spirituale, costituendo una commovente lezione per gli uomini sani e normali» dice il Papa nella lettera. Come non pensare alla testimonianza che lui stesso avrebbe dato al mondo poco più di vent’anni dopo, al termine della propria vita terrena?

Il secondo modo di ritrovare «la propria umanità, la propria dignità e la propria missione» è quello di aiutare i sofferenti, di imitare Gesù «legando la sofferenza all’Amore, a quell’amore che crea il bene ricavandolo anche dal male». Mai il cristiano resta inerte di fronte alla sofferenza perché «la rivelazione da parte di Cristo» del senso salvifico di quest’ultima «non si identifica in alcun modo con un atteggiamento di passività», in nessun modo esclude gli sforzi per alleviare il patire dell’uomo.

«Svelare l’uomo all’uomo e fargli notare la sua altissima vocazione — conclude Giovanni Paolo ii citando la costituzione Gaudium et spes — è particolarmente indispensabile. Succede anche, come prova l’esperienza, che ciò sia particolarmente drammatico. Quando però si compie fino in fondo e diventa luce della vita umana, ciò è anche particolarmente beato».

«La dignità — scriveva lo psichiatra Harvey Max Chochinov — è la maniera in cui io mi vedo nei vostri occhi». Dio e l’uomo si ritroveranno uno accanto all’altro e quest’ultimo finalmente vedrà negli occhi di Dio la sua vera dignità, quella fino ad allora forse solo intravista negli occhi di chi si chinava su di lui.

di Ferdinando Cancelli

Fonte: L'Osservatore Romano, 10/02/2014

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