Padre Zerai. L'Ue affida ai dittatori il "lavoro sporco" per fermare i migranti

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14/12/2016

amnestyrifugiatiGIUSTIZIA E PACE - “L’80% dei migranti che sbarcano in Italia sono irregolari”. Così si era espresso ieri il commissario Ue all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos, suscitando perplessità a cominciare proprio dai dati, considerato che secondo il ministero dell’Interno il 38% dei richiedenti asilo ottiene lo status mentre una percentuale elevata di quanti presentano ricorso contro il diniego, vengono riconosciuti in seconda istanza meritevoli della protezione. Una posizione, quella del commissario Ue, fortemente criticata anche da padre Mussie Zerai, il sacerdote scalabriniano, nato in Eritrea e dal 1992 costretto a fuggire dalla dittatura di Asmara. A nome dell’agenzia Habeshia, Zerai ha scritto al commissario greco, non nascondendo la delusione perché “vorrebbe vedere in lei un alleato nel difficile cammino teso a dare libertà, dignità e sicurezza ai milioni di persone costrette ad abbandonare la propria terra”.

Tutto si gioca sul riconoscimento dello stato di crisi dei Paesi di provenienza. “Certamente conoscerà il rapporto dell’Onu che appena poche settimane fa ha denunciato che oltre 400 mila bambini – ricorda Zerai nella lettera appello firmata con Emilio Drudi, portavoce dell’agenzia - sono vittime della carestia, in Nigeria, a causa della situazione provocata dai miliziani fondamentalisti di Boko Haram. Anzi, secondo l’Unicef, 75 mila rischiano di morire di fame nei prossimi mesi, al ritmo di 200 al giorno. Senza contare le uccisioni, i rapimenti, i saccheggi che investono interi villaggi, gli attentati, le stragi e tutto il nord del paese precipitato da anni sotto il controllo diretto dei fondamentalisti fedeli all’Isis. E allora qualcosa non torna se ripensiamo alle sue dichiarazioni, diffuse da tutti i media europei, secondo cui non occorre cambiare i criteri delle nazionalità dei rifugiati da accogliere e “ricollocare” in qualcuno degli Stati dell’Unione”. La Nigeria, infatti, non è contemplata tra le nazioni i cui fuggiaschi possono accedere alla protezione internazionale.

Scrive Abeshia: “Questa idea delle nazionalità come “requisito a priori” sembra a dir poco assurda. Se non altro perché – lei lo sa bene – secondo il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra, le richieste di asilo vanno esaminate caso per caso, ascoltando le storie individuali di ciascuno e non, invece, espletate in base a criteri di “appartenenza nazionale” come purtroppo si sta ormai facendo, tanto da accogliere solo coloro che fuggono dalla Siria sconvolta dalla guerra o dall’Eritrea schiavizzata dalla dittatura di un regime autoritario”.

L’elenco non è breve. Oltre alla Nigeria, c’è il caso del Sud Sudan. “Lei è troppo ben informato, per il ruolo che riveste, per non sapere – insiste don Zerai rivolgendosi al commissario Ue - che la guerra civile che sta devastando il paese da tre anni, tanto da provocare almeno 10 mila morti e 3 milioni di profughi, rischia di trasformarsi in un vero e proprio genocidio, con le fazioni in lotta pronte ad ammazzare e a fare strage in base all’etnia, seguendo la logica perversa della pulizia etnica. Lo denuncia un rapporto dell’Onu pubblicato all’inizio di dicembre, in aggiunta all’ormai “abituale” corollario di uccisioni, rapimenti, villaggi saccheggiati e incendiati, incursioni persino all’interno dei campi profughi posti sotto le insegne dell’Acnur”. In altre parole: “Chi fugge da questo inferno non deve essere accolto in Europa come rifugiato?”. C’è poi la Somalia con i miliziani di Al Shabaab, affiliata ad Al Qaeda, che mettono a segno una media di oltre 900 attentati l’anno, “con centinaia, migliaia di morti e, anche qui, una siccità e una carestia che investono milioni di uomini e donne”. Il Mali dove, “contrariamente a quanto si continua a dire in Europa, la guerra esplosa con la rivolta del 2012 nelle regioni del nord, il cosiddetto Azawad, non è mai finita, come dimostra la lunga, quotidiana catena di attacchi, attentati, agguati, uccisioni”. Il calvario del Darfur, la martoriata regione del Sudan “che non conosce pace da anni e che alimenta, appunto, un flusso costante di profughi che vedono nella fuga l’unica via di salvezza dalle violenze di ogni genere perpetrate dalla polizia del regime di Al Bashir”, i cosiddetti “diavoli a cavallo”. Lo Yemen, travolto dalla guerra tra sciiti e sunniti: “Anche qui migliaia di morti e milioni di profughi o sfollati, disperati scacciati dalle loro case e dalle loro città anche dalle bombe e dalle armi che l’Europa (e l’Italia in particolare) vende, insieme agli Stati Uniti, ad una delle fazioni in lotta”. E poi il Gambia, soggiogato per anni da una dittatura feroce, “che speriamo sia stata davvero scacciata dalle elezioni di qualche giorno fa”. Per non dimenticare la Repubblica Centrafricana e il Niger, quest’ultimo scelto dall’Europa per farne un grande “hub” di smistamento per i profughi, “ma che sembra tutt’altro che sicuro, in seguito alla crescente escalation di attacchi terroristici da parte di Boko Haram dalla Nigeria e di jihadisti di Aqim e dell’Isis dal Mali, tanto che nel giugno scorso il coordinatore delle Nazioni Unite, Fode Ndiaye, si è appellato alla comunità internazionale parlando senza mezzi termini di “crisi umanitaria”.In nessuno dei casi menzionati si può serenamente affermare che la gente viva in tranquillità e non abbia ragione alcuna per scappare. Arrivando al caso spinoso dell’Afghanistan “dove l’Unione Europea vuole “rimpatriare” 80 mila profughi, come se il paese fosse diventato all’improvviso “pacifico e sicuro”. Purtroppo i media parlano poco di queste tragedie e l’opinione pubblica ne sa poco.

Ma che si tratti, appunto, di tragedie lo denunciano i profughi che continuano a bussare alle porte dell’Europa, in fuga dalla Nigeria, dal Sud Sudan, dal Sudan, dalla Somalia, dal Gambia e così via”Difficile spiegare il perché dell’uscita di Avramopoulos, “a meno che il motivo non sia che questi Stati da cui si è costretti a fuggire – è l’ipotesi e insieme l’accusa di Habeshia - sono in buona parte proprio gli stessi con cui l’Unione Europea ha stretto tutta una serie di trattati per fermare i profughi prima ancora che arrivino alle sponde del Mediterraneo. Ci riferiamo ai Processi di Rabat e Khartoum, agli accordi firmati a Malta nel novembre 2015, al patto con la Turchia da lei esaltato e che, in effetti, funziona benissimo come “barriera” posta al di là dell’Egeo: peccato che funzioni sulla pelle dei profughi. Già, perché accordi e patti di questo genere servono all’Europa per esternalizzare le sue frontiere addirittura al di là del Sahara o comunque lontano dalla sponda meridionale del Mediterraneo, delegando ad altri il lavoro sporco di sorvegliarle, queste frontiere, e renderle invalicabili”.

Fonte: avvenire.it, 09/12/2016

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