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Suor Azezet Kidane. La mia missione nella scuola di gomma

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20/09/2017

kidane 800 2244329TESTIMONIANZE - «È la vita di Gesù che mi attira, il suo amore totale per noi». E nella vita di ogni giorno suor Azezet Kidane porta questo messaggio dirompente, con un sorriso, con una parola di conforto, con una telefonata, oppure solamente con la sua presenza. Missionaria comboniana, nata a Massaua in Eritrea, vive attualmente la propria opera in Israele, a fianco dei più deboli ed esclusi dalla società: i rifugiati e i beduini. In questi mesi sta condividendo, proprio con questi ultimi, la tensione continua dovuta alla minaccia di demolizione dei villaggi e delle strutture scolastiche, tra le quali la nota “scuola di gomme”, da parte dell’autorità israeliana.

Non è sempre facile trovare parole di conforto, e suor Azezet accetta ogni giorno la sfida di stare accanto alle persone che la missione le fa incontrare, condividendo preoccupazioni e pregando. Per l’impegno profuso nell’aiuto ai rifugiati scappati dalle maglie dei trafficanti e giunti in Israele, nel 2012 l’allora segretario di Stato americano Hillary Clinton l’ha insignita del titolo di «Eroe della lotta al traffico di esseri umani».

Suor Azezet, perché è diventata missionaria?

«A Massaua, da bambina, vedevo i lebbrosi, ed ero molto toccata da questa presenza. C’era un ospedale, ma si faceva poco per loro. Avevo il desiderio di aiutarli. Poi, a causa della guerra, con la mia famiglia siamo scappati e quell’idea era stata quasi dimenticata. Ho studiato, poi è accaduto un fatto. Una suora comboniana radunò i giovani cattolici, facendoci vedere un film sui lebbrosi. Ero meravigliata che le suore si occupassero di questi malati, di quelle persone che sin da bambina volevo servire. Nacque così il mio desiderio di diventare suora, ma i miei genitori volevano che mi sposassi e così… sono scappata e sono entrata in convento. Mia mamma comunque mi ha sempre appoggiato e ha sempre sottolineato come, sin da piccola, fossi differente, come volessi stare accanto ai poveri. La scelta di entrare tra le Comboniane è dovuta proprio al fatto che si occupassero dei lebbrosi».

Quali sono state le tappe della sua missione?

«Sono stata dapprima tra i malati di lebbra e di tubercolosi in Sudan per dodici anni, poi a Londra, quindi sono approdata in un ospedale in Giordania e da sette anni sono in Israele. Sono ostetrica, infermiera, e specializzata in medicina tropicale».

Che cosa significa essere una suora missionaria in Israele?

«Abitiamo vicino a Betania. In Israele il mio lavoro è tra i rifugiati e con i beduini. Ed è un’opera di testimonianza. La missione qui non è predicare, perché con i rifugiati, a Tel Aviv, lavoriamo accanto agli ebrei. Preghiamo Dio Padre, parliamo personalmente con i cristiani. I beduini sono musulmani e noi suore interveniamo, portando tra quella gente il senso del perdono. Non predichiamo, ma viviamo con loro. E loro si domandano: “Perché fate tutto questo per noi? Perché ci volete bene? Perché ci aiutate?”. Stiamo dando testimonianza della gratuità di Dio. Questo dà un senso alla nostra presenza: l’amore e la carità. I beduini hanno compreso che solamente le suore stanno facendo qualche cosa per loro e ciò è una testimonianza del cristianesimo che viene riconosciuta. Anche con i rifugiati, a Tel Aviv, con le donne che a causa dei traumi subiti non riescono a lavorare e per le quali abbiamo impiantato un laboratorio di uncinetto, occorre essere vicini, essere pazienti. Bisogna mettersi nei loro panni. Mi domando spesso: “E se io fossi al loro posto?”. Occorre amare le persone così come sono, come Gesù ha accettato ciascuno di noi. Bisogna amare gratuitamente».

Quali attività svolge attualmente nei villaggi beduini?

«Abbiamo otto asili. Il nono asilo è stato distrutto quattro anni fa, ancor prima di essere aperto. Avevamo preparato le maestre, tutto era pronto, ma poi il compound è stato demolito. Ogni anno registriamo problemi, perché incombe sempre la minaccia di demolizione di queste strutture. Quest’anno la situazione è ancor più pesante. La sentenza dovrebbe giungere nei prossimi mesi. Gli studenti sono stressati, non sanno che cosa sarà di loro, hanno grandi incertezze sul domani… Abbiamo portato una cinquantina degli oltre centocinquanta bambini del villaggio più a rischio al mare, in luglio, per sollevarli un po’. Uno svago che li aiuta a dimenticare quelle giornate vissute nella paura di vedere la loro scuola distrutta. Abbiamo anche chiamato i clown. La nostra vicinanza a queste famiglie è molto importante».

Ha mai avuto paura?

«L’incertezza, la paura della guerra c’è, non lo nego, ma l’amore di Cristo deve vincere. All’inizio della mia presenza in Israele, temevo che non mi rinnovassero il passaporto, ma poi alcuni avvenimenti hanno rotto i miei timori. Penso che gli israeliani sappiano che tipo di lavoro facciamo nei villaggi dei beduini e di conseguenza ci lasciano fare. Tutte noi cerchiamo di testimoniare la fede in Gesù. Nella nostra missione tra i beduini musulmani, abbiamo bisogno di realizzare l’amore di Dio andando da loro, esprimendo la nostra vicinanza, e loro hanno bisogno di essere supportati da noi».

Qual è il passo evangelico che la guida nella sua vita di religiosa?

«Tutto il Vangelo, la dedizione di Gesù. Siamo al posto di Gesù, dobbiamo amare profondamente e fare quello che possiamo fare. Non posso scegliere un brano del Vangelo. È la vita di Gesù che mi attira, da sempre. È il suo amore totale, che trovo in tutto il Vangelo. Gesù ha dato la sua vita per amore, e questo mi attira».

IL CASO. LA SCUOLA DI GOMME

Nel villaggio di Khan al Ahmer, tra Gerusalemme e Gerico, sorge una scuola che accoglie circa duecento bambini. È una scuola particolare, la “scuola di gomme”, costruita infatti con pneumatici, dato che in quella zona le autorità israeliane impediscono l’erezione di edifici in muratura. La scuola di gomme, progettata da professionisti milanesi, è stata realizzata grazie alla cooperazione italiana e alla Cei. Attualmente questa struttura rischia la demolizione. Si trova in un’area nella quale dovrebbe passare un nuovo muro di separazione ed è anche assai vicina a un insediamento di coloni. Le suore Comboniane operano con le popolazioni beduine che frequentano questa struttura educativa. Per sollevare lo spirito a questi piccoli beduini, le suore organizzano alcune attività. Spiegano suor Azezet e la consorella suor Agnese Elli: «Donare è incoraggiamento, partecipazione, sostegno morale e spirituale, sofferenza e dolore, ma è anche gioia per le piccole cose. Come quella di portare al mare i bambini beduini, un gesto scontato per noi, ma che ha sicuramente cambiato la loro vita».

Foto di Francesco Zizola

Fonte: famigliacristiana.it

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