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Sud Sudan: il lungo sofferto cammino verso pace, giustizia, dignità

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19/09/2017

pacificoSUD SUDAN - Padre Salvatore Pacifico, missionario comboniano italiano in Sud Sudan, compirà 81 anni il prossimo mese di novembre. È nato a S. Bartolomeo in Galdo (BN). È stato ordinato sacerdote 55 anni fa. Dal 1969, la sua vita missionaria è stata spesa nelle terre del Sudan e Sud Sudan. Oggi ci racconta come sta vivendo la sofferenza di un popolo che continua a sognare la pace, la giustizia e la dignità. “Missionario, in Sudan (Sud e Nord) per più di 40 anni – scrive P. Salvatore –, faccio un po’ fatica a parlare di quello cha sta succedendo in Sud Sudan. Non vorrei dare un’impressione totalmente negativa e contribuire al senso di disfattismo già così comune quando si parla dell’Africa. (…) La nostra pena diventa solidarietà e preghiera. Nella comunione dei santi la croce la portiamo insieme, mentre fiduciosi attendiamo l’annuncio della risurrezione, che ci sarà. Il Sud Sudan è ancora nelle mani di Dio. Mani di Padre”.

Indipendenza: 9 Luglio 2011. Ero a Raga e celebravo l’evento insieme a diecine di migliaia di persone in festa. Finalmente la liberazione, dopo più di 40 anni di guerra accompagnata da indicibili sofferenze. Milioni di persone avevano perso la vita. Gli altri erano stati costretti a più riprese a lasciare loro case e fuggire altrove. Moltissimi erano scappati al Nord, altri nei paese confinanti: Uganda, Kenya. Etiopia, Centrafrica, Congo. Per due anni il Sud Sudan respirò questa atmosfera di libertà ed entusiasmo. La gente era tornata nelle proprie aree e si era messa generosamente a ricostruire. Come gli esuli Ebrei al loro ritorno dall’Egitto o da Babilonia.

Dicembre 2013: bastò una notte. Dalla veranda del primo piano della Casa Comboni di Moroyok, a 13 Km dal centro di Juba, capitale del Sud Sudan, una distesa di tende in cui sono ammassati 40.000 IDP, rifugiati interni sud sudanesi. Quando apro la porta della mia stanza, questa è la prima cosa che vedo.

Ormai sono quattro anni. Il tutto iniziò alla fine del 2013. Nel giro di una notte. Quella notte il Presidente ebbe l’impressione che il suo vice stesse tramando per fare un colpo di stato. I suoi uomini non ci pensarono due volte e quella stessa notte a Juba uccisero senza misericordia tutti quelli della tribù del vice presidente sui quali riuscirono a mettere le mani. Migliaia furono uccisi, centinaia di migliaia scapparono. Nel giro di ore due centri operativi dei soldati delle Nazioni Unite si trasformarono in campi di rifugiati interni. 80.000 persone, quasi tutte Nuer, l’etnia del vice presidente sospettato di star tramando il colpo di stato. Altre migliaia presero altre strade. Moltissimi puntarono decisamente verso l’estero. L’importante era mettersi in salvo.

Questo avvenne a Juba, ma nel giro di giorni tutte le aree geografiche abitate dai Nuer furono coinvolte. Con il passare del tempo i rifugiati, tra quelli interni e quelli scappati all’estero diventarono tre milioni. Un milione solo in Uganda. Interi villaggi scomparvero dalla carta geografica.

La comunità internazionale ci mise due anni a convincere le due fazioni a trovare un accordo per un governo di unità nazionale e un altro anno per passare dall’accordo sulla carta alla sua attuazione. Fu un accordo più imposto che assunto. Nell’Estate del 2016 le due parti si ritrovarono ancora insieme a Juba: un solo governo ma in cui le due componenti erano chiaramente distinte, ognuna con la sua armata e i suoi quartieri generali. Presidente Denka, Salva Kiir; Vice Presidente Nuer, Riak Machar. Sedettero ancora uno accanto all’altro. Ma la riappacificazione degli animi non era avvenuta. Bastò una miccia e a luglio la guerra scoppiò violenta. In Juba ci furono altre migliaia di morti e distruzioni a non finire. Anche questa volta il Vice Presidente con alcuni fedelissimi riuscì a scappare.

Oggi, a più di un anno di distanza, nonostante le proposte per una riconciliazione siano state tante, una soluzione non è stata ancora trovata. Anzi nel frattempo la guerra che inizialmente era limitata alle aree Nuer e Denka, è stata allargata artificialmente al resto del paese. Praticamente tutte le regioni sono state costrette ad allinearsi con una delle parti o a creare le proprie milizie.

Ovunque si trovi un contingente dell’ONU sono sorti campi di rifugiati. In molti posti, specialmente a Wau, la gente si è rifugiata in massa nelle chiese. Tutto il Sud Sudan è in guerra. L’insicurezza è generale. Mettersi in strada è sempre un rischio. Colpi di mano con uccisioni e distruzioni sono all’ordine del giorno. Le proposte di riconciliazione si susseguono, ma c’è sempre qualcosa che non convince. Nella zona di Kajo-Kaji, in Equatoria, la gente è scappata tutta in Uganda e la fiorente missione di Lomin, chiesa, scuola e opere sociali sono state abbandonate e i missionari sono scappati con la gente in Uganda. L‘impressone è che i responsabili di questo stato di cose non abbia ancora percepito la gravità del problema, preoccupati come sono più dei propri interessi e degli interessi del proprio gruppo che del bene comune.

Fino a quando?

Missionario, in Sudan – Sud e Nord – per più di 40 anni, faccio un po’ fatica a parlare di quello cha sta succedendo in Sud Sudan. Non vorrei dare una impressione negativa e contribuire al senso di disfattismo già così comune quando si parla dell’Africa. Purtroppo questa è una storia che si è ripetuta tante volte. Non solo in Africa. Ci è passata anche l’Europa. Papa Francesco ha ripetutamente espresso il desiderio di andare di persona in Sud Sudan, e far sentire ai sud sudanesi la vicinanza della Chiesa. Ha addirittura convenuto con i capi delle Chiese Anglicana e Presbiteriana di fare la visita insieme. I missionari comboniani hanno abbandonato tre delle loro missioni e sono andati a vivere là dove la loro gente era stata costretta a fuggire, in totale solidarietà. La nostra pena diventa solidarietà e preghiera. Nella comunione dei santi la croce la portiamo insieme, mentre fiduciosi attendiamo l’annuncio della risurrezione, che ci sarà. Il Sud Sudan è ancora nelle mani di Dio. Mani di Padre.


P. Salvatore Pacifico,


Missionario comboniano

Fonte: comboni.org

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