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Donne consacrate nella complessa realtà africana

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11/09/2017

tanzaniaVITA CONSACRATA - «Rivitalizzare la nostra solidarietà per una più profonda evangelizzazione nella complessa realtà contemporanea». Con questo ambizioso titolo, l’Associazione delle Donne consacrate dell’Africa orientale e centrale (Acweca) ha convocato la sua 17.ma assemblea plenaria nella capitale della Tanzania tra il 26 agosto e il 2 settembre scorsi. L’evento, ospitato dalla Conferenza episcopale della Tanzania, ha visto la partecipazione di centocinquanta religiose da nove paesi: Eritrea, Etiopia, Kenya, Malawi, Sudan, Sud Sudan, Tanzania, Uganda e Zambia. La Messa inaugurale, domenica 27 agosto, è stata officiata dal cardinale Joao Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica e concelebrata, tra gli altri, da Monsignor Nkwande, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Dar es Salaam, responsabile per la Conferenza episcopale, dei religiosi del Paese.  

«Il tema di quest’anno – ha dichiarato la presidente dell’Acweca, Suor Priscar Matenga – è un richiamo ai membri dell’organismo affinché rafforzino l’unità tra di loro. Siamo in un villaggio globale, le cose cambiano molto velocemente. Per questo, è importante, per noi religiose, riesaminare le nostre vie e vedere le cose nel modo in cui Cristo le ha viste».  

Appena tornata a Roma da Dar es Salaam, dove è stata invitata in qualità di rappresentante dell’Unione internazionali delle Superiore generali e speaker, suor Patricia Murray, segretaria esecutiva dell’Uisg, racconta a Vatican Insider i risultati dell’incontro, le sue impressioni e le speranze. 

«Il tema del meeting era molto centrato: rivitalizzare la nostra presenza solidale e provare a essere protagoniste di una profonda evangelizzazione all’interno di società molto complesse, alcune delle quali tormentate da guerre, conflitti, disastri ambientali. Il leitmotiv su cui si è molto insistito è stata la formazione delle suore. Per essere voci profetiche nella società, le donne consacrate hanno bisogno di una formazione molto approfondita e attenta, particolarmente in contesti drammatici come Sud Sudan, Eritrea o Sudan. Una formazione approfondita è la chiave di volta per essere capaci di andare incontro alle necessità del paese in cui si svolge il ministero, a tutti i livelli. A causa della grande complessità dei contesti, le suore devono trovare un modo più profondo per essere vicine alla gente e non semplici erogatrici di servizi. Siamo una realtà molto radicata, solo in Tanzania 13mila e credo che nei nove Paesi, si superi le 50mila presenze, svolgiamo molte attività che portano uno sviluppo concreto nelle società: questo è senza dubbio un gran beneficio. Proprio per questo c’è bisogno di lavorare sempre più assieme e crescere nella formazione». 

Che continente sta diventando l’Africa?  

«Nell’area centro-orientale, ma direi in tutto il continente, si notano profondi cambiamenti. L’Africa è sempre più esposta al materialismo e al secolarismo e i valori religiosi, che sono sempre stati una parte profonda della vita degli africani, sembrano messi in serio pericolo. La sensazione è che si stia diffondendo una visione di possedimento materiale del mondo. L’aumento della urbanizzazione e la rottura dei legami tradizionali familiari, così come la tendenza a emigrare verso l’Europa stanno creando danni profondi alla società. 

In questo senso, dal meeting di Dar es Salaam è emersa la necessità di occuparsi sempre di più dei giovani, delle famiglie; aiutare gli individui a crearsi una vita dignitosa che non li costringa a migrare ed esporsi alla terribile piaga del traffico degli esseri umani. Le suore lavorano nelle scuole, nelle parrocchie, negli ospedali e gli ambulatori e, ovviamente, continueranno a farlo, ma da ora in poi si concentreranno sempre di più su giovani e famiglie per preservare il futuro dell’Africa». 

Alcune delle suore vivono in situazioni di grande pericolo…  

«Sì, molte religiose sono presenti in aree di conflitto e grande instabilità. Siamo rimaste tutte molto colpite dalla testimonianza di alcune suore che vivono in Sud Sudan e in Sudan. Incontrano enormi difficoltà per vivere la loro vita religiosa così come la vita quotidiana. Ogni giorno è una lotta per provvedere alle necessità per la gente di cui si occupano e per loro stesse. Alcune di loro esercitano il loro ministero nei campi profughi dove vivono centinaia di migliaia di persone ed essere segno di speranza in quei contesti non è per niente facile. E poi, c’è anche il rischio per la propria incolumità. Tutti noi ricordiamo molto bene Veronica Rackova, delle Suore Missionarie dello Spirito Santo, un medico, uccisa nel maggio del 2016 in Sud Sudan, e le tante che mettono a repentaglio la propria vita in zone in cui ribelli e regolari saccheggiano, violentano e uccidono. Sanno di rischiare la loro vita, ma non hanno mai lasciato il Paese in cui vivono. Vedono il loro ruolo come accompagnatrici, accanto alla gente, qualsiasi cosa accada. Vogliono essere un segno di consolazione e sostegno. Ricordo io stessa, quando ho vissuto in Sud Sudan, di aver ascoltato tanta gente dirmi: “Le suore non ci hanno mai lasciato”. Credo che la presenza, a volte discreta, semplice, di donne coraggiose al fianco di popolazioni sofferenti, sia un grande segno e sono certa che nella Chiesa si stia facendo sempre più largo il riconoscimento che il ministero dell’essere presente sia importante tanto quanto quello del fare». 

Come è uscita dall’incontro di Dar es Salaam?  

«Con tanta speranza in più. Ho visto molta concretezza rispetto alle sfide; le suore hanno identificato l’importanza di una buona formazione religiosa per avere la profondità e il coraggio di essere una testimonianza profetica per le società. Sono molto unite come gruppo e vedo molte potenzialità. Ho apprezzato anche la grande onestà nell’affrontare la questione di vivere in contesti interculturali e intertribali: non è mai semplice superare le barriere, ma se lo riescono a fare, le suore possono essere un segno profetico. Le donne consacrate possono mostrare che al di là di diversità, etnie, culture, si può vivere insieme. Inoltre, le posso dire che sta sempre più emergendo la realtà di comunità intercongregazionali. Insomma c’è una tendenza a unire, a mettere insieme in un mondo che invece si divide. La vita insieme è controinformazione in un mondo che esalta le differenze».  

Fonte: lastampa.it

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