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Il nuovo capitolo delle Elisabettine: al centro la vita fraterna

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24/07/2017

elisabettinaVITA CONSACRATA - È la vita fraterna il tema che emerge dal trentesimo capitolo generale delle suore francescane elisabettine, avviato il primo luglio e che terminerà il 10 agosto e che ha visto l'elezione della superiora generale (suor Maria Fadin) e del consiglio generale.

Il Capitolo generale è esperienza di comunione e di grazia per tutto l’istituto e per la sua missione nella chiesa. Già il titolo del capitolo, Amate per grazia, donne di misericordia, mette in luce il fondamento della congregazione e l'orientamento stesso dei lavori: ricevere il dono della grazia e annunciarlo attraverso la misericordia. Il tema provoca a guardare con occhi di fraternità e di tenerezza all’umanità di oggi, assetata di dignità e di speranza.

«Quest'anno il capitolo è suddiviso in due fasi – afferma suor Enrica Martello, superiora nella comunità di Roma e segretaria del capitolo – una prima di verifica del sessennio appena trascorso, elezione della superiora e del consiglio generale e discussione sugli orientamenti per il nuovo periodo. Una seconda fase, da fine luglio ai primi di agosto di studio e approvazione della bozza delle nuove Costituzioni alla quale stiamo lavorando già da due mandati».

Delle modifiche alle Costituzioni dell'ordine erano state fatte negli anni '70 e approvate poi nei primi anni '80: la regola era stata rinnovata e adattata agli orientamenti del Concilio. Ora è emersa nuovamente la necessità di rivedere il cammino della famiglia per attualizzarlo nel contesto sociale e storico.

Un altro elemento forte che ha caratterizzato le giornate di lavoro è la percezione dell'internazionalità dell'ordine: «C'è una presenza consistente di suore elisabettine in diversi Paesi – continua suor Enrica – siamo tutte accomunate dall'appartenere alla stessa famiglia pur nella diversità perché diversa è la chiesa locale nella quale operiamo, diversa è la cultura. Questo è un elemento molto forte e un segno è il fatto che per la prima volta nel capitolo generale è stata eletta una sorella egiziana».

Resta sempre costante l'attenzione all'uomo in particolare al povero e la capacità di intercettare i bisogni che emergono dalla realtà nella quale si opera. «Dal capitolo è riemersa proprio questa nostra caratteristica – spiega la segretaria – radicarci cioè nella chiesa locale».

«È un'indicazione che ci ha dato anche il vescovo Claudio: apparteniamo alla chiesa del mondo, ma ci incarniamo nella chiesa locale. Il vescovo ha richiamato l’importanza di essere presenza viva nella chiesa locale dove si è inserite e ci ha consegnato l’impegno di essere comunità che testimoniano la bellezza del vivere insieme e l’armonia di persone che si vogliono bene. È questa la testimonianza di cui oggi il mondo ha bisogno, più che le opere da realizzare».

«Per questo ad esempio in Italia siamo attente alla questione degli immigrati, abbiamo dato delle strutture per ospitarli e due sorelle sono a Reggio Calabria con il compito di dedicarsi alle persone che sbarcano con le navi. Vengono quindi dirottate risorse, di strutture, ma anche di persona a queste fasce di emergenza. In Kenya invece i bisogni primari riguardano la sfera dell'educazione e del servizio sanitario, ma anche la presenza pastorale, la dimensione della vita cristiana».

In questo disegno vengono ribadite e riprese due parole presenti nel vangelo che fanno da sfondo e rappresentano due movimenti essenziali nella vita delle elisabettine e dei quali madre Elisabetta è maestra. Sono perdere e trovare: la prima significa lasciare per creare spazio ad altro; la seconda comporta l’accogliere, l’assumere e il prendere dentro di sé quanto ci viene incontro e dato.

Non affiorano decisioni particolari, progetti specifici o aperture di nuove strutture dagli incontri: «Nel precedente capitolo – chiarisce suor Enrica – si è avuto come frutto l'apertura di una nuova comunità internazionale in sud Sudan, là dove l'emergenza era la povertà. In questo capitolo invece l'orientamento è di rivitalizzare l'esistente, radicandoci nello specifico del nostro carisma ricevuto come dono con il compito di riversarlo sui poveri con misericordia.

Ciò che è chiaro è che oggi non sono esclusivamente le nostre opere che dicono di noi, ma la testimonianza delle vita fraterna dalla quale dobbiamo ripartire per vivere il dono di grazia del Signore e questo vale in Africa, in America Latina, così come in Italia, nella chiesa padovana e nelle altre comunità locali».

Lodovica Vendemiati
Fonte: difesapopolo.it
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