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A tutti i religiosi della provincia siculo-napoletana in occasione dell’anno vocazionale

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06/07/2017

camillianiMESSAGGI - Carissimi confratelli,

« Piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome » (Ef 3,14) e « noi abbiamo creduto all’amore  (1Gv 4,16) e, mossi dallo Spirito Santo, abbracciamo il carisma del nostro Ordine e intendiamo vivere unicamente dediti a Dio e a Gesù Cristo misericordioso, servendo gli infermi in castità, povertà e obbedienza » (C 11).

Dalle risonanze colte dal XXIII Capitolo provinciale, dalla mozione approvata all’unanimità sull’indizione di un Anno vocazionale e in occasione della presa di possesso canonica, il 31 maggio scorso, si è deciso di indire un Anno vocazionale, nel senso non di andare a “pescare” vocazioni ma di far rifiorire secondo il Progetto Camilliano la propria vocazione come segno profetico per la Chiesa e testimonianza attraente per i giovani. Avrà inizio con i festeggiamenti di san Camillo, i quali vengono solennemente celebrati secondo le istanze delle Comunità, e terminerà con la festa della Madonna della Salute il 16 novembre 2018.

Dopo aver riletto la lettera del Superiore generale, padre Leocir Pessini, alla Provincia dopo la visita canonica, ha ripreso in chiave camilliana, quanto aveva già indicato san Giovanni Paolo II nell’Esortazione post-sinodale Vita consecrata: « Voi non avete solo una gloriosa storia da ricordare e da raccontare, ma una grande storia da costruire! Guardate al futuro, nel quale lo Spirito vi proietta per fare con voi ancora cose grandi » (VC n.110) e, che papa Francesco ha ripreso con toni efficaci nella Lettera apostolica a tutti i consacrati in occasione dell’Anno della Vita Consacrata, il 28 novembre 2011.

Alla luce di questi preziosi documenti, comprendiamo che la nostra storia è una storia in cui abbiamo fissato lo sguardo negli occhi stessi dell’Amato, Cristo Gesù, per riconoscere il mistero che si attua concretamente appassiona e trasfigura l’amata nell’Amato, perché l’Amore autentico è sempre contemplativo e la nostra contemplazione sta proprio nelle ferite dell’uomo, ferite che ci interpellano, ci chiedano aiuto e la stessa salvezza sta tutto in uno sguardo di tenerezza e di servizio, dove troviamo « la fonte della nostra spiritualità » (C 13).

Siamo chiamati ad essere segno di fraternità stando insieme non a partire da ciò che ci unisce e ci rende uguali, ma mostrando che il Vangelo ci permette di stare insieme, di sopportarci e persino di apprezzarci a partire dalle nostre distanze. Che profezia sarebbe oggi quella che segnalasse la comunione del paradiso terrestre? È invece profezia poter dire che ci è concesso di vivere insieme da differenti.

Siamo chiamati a quel servizio della carità che consiste nel toglierci i calzari di fronte all’unico terreno sacro che esiste, l’uomo, in particolare l’uomo ferito, sofferente, emarginato, colpito e derubato come l’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico. Possiamo dire, con franchezza, sull’esempio del nostro padre Fondatore, sempre in ginocchio davanti a Dio e sempre in ginocchio davanti all’uomo: ecco a cosa siamo chiamati. Non preghiamo per diventare più pii o più Religiosi, ma semplicemente più umani, fratelli in Cristo Gesù e per la grazia dello Spirito, Religiosi che come Camillo sanno chiedere dinanzi al capezzale di un malato in ginocchio, perdono ai “signori e padroni”.

Quello di cui abbiamo bisogno è che questa vita risorga come la fenice, si rivitalizzi sotto l’influsso dello Spirito, perché siamo convinti di una cosa, la nostra vita religiosa è portatrice di vita, di gioia e noi abbiamo futuro solo quando ci lasciamo rinnovare dallo Spirito Santo. Dobbiamo manifestare un volto nuovo ai giovani, più credente, speranzoso, innamorato e non un volto del Venerdì santo, un volto flagellato, pesante e oscuro che guarda al passato con malinconia, ma che guarda al passato con una memoria riconoscente e grata perché tutti noi abbiamo avuto sul nostro cammino un evento, una persona, una “voce” che ci ha attirati e portati nell’Ordine dei Ministri degli Infermi e ad amare la presenza di Cristo nei malati (cfr. C 13) anche con rischio della vita (cfr. C 12).

Usciamo dal nostro buio, ecco perché è il tempo di svegliarci, come ho scritto nell’ultima circolare del 18 maggio 2017 (prot. C46/2017), siamo fatti per la luce perché sappiamo che il nostro destino non è la notte, ma il giorno. Siamo cercatori di Sole e chiediamo: « Sentinella, quanto resta della notte » (Is 21,11).

La sentinella è consapevole che la notte è notte, tuttavia non rimpiange il giorno passato; è protesa in un durevole atteggiamento vigile e, senza illudersi in un immediato passaggio dalle tenebre alla luce, riesce a cogliere le prime luci dell’alba. Noi dobbiamo distinguere “le notti” che il nostro cuore attraversa e le nostre relazioni attraversano, come lei, la sentinella siamo chiamati a vigilare affinché in questi momenti bui sfuggiamo alla tentazione di soluzioni facili e di anticipazioni diplomatiche, a non lasciare che la nostra capacità critica si attenui, ripiegando nostalgicamente sul passato, ma a mantenere la lucidità necessaria per riconoscere i segni dell’aurora.

Solo lo Spirito Santo può consolare e risponderci, come un giorno Cristo staccando le braccia rispose a san Camillo « Di che ti affliggi, o pusillanime! Seguita l’impresa che io ti aiuterò essendo quest’opera mia e non tua ».

Il tempo presente, la stessa vita Religiosa con le sue notti e nubi, sono carichi di ragioni che alimentano la speranza, come il cielo ricamato di stelle lascia intravedere qualcosa nella notte. I marinai guardando le stelle, cercano sempre con insistenza l’Orsa Minore la quale è meno brillante della Maggiore, ma più importante perché è la guida più sicura, quando in mare cercano una riva. Cerchiamo con insistenza l’Orsa Minore che con le sue luci flebili nella notte ci orienta verso l’orizzonte della luce. Queste luci occorre imparare a riconoscerle e chiamarle per nome, esse ci appartengono ma non oscurano il cielo stellato della nostra vocazione.

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