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Appartenenza come gratitudine

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01/06/2017

glendayRIFLESSIONI - “Ora che celebriamo i 150 anni dal giorno in cui Daniele Comboni ebbe il coraggio di fondare il suo Istituto, possiamo solamente immaginare l’ampiezza, la vitalità e la freschezza della sua visione. Ancora una volta, fin dall’inizio, era chiaro nella sua mente e nella sua azione che Dio aveva condiviso la sua missione con tutta la Chiesa, con ogni singola persona battezzata, e malgrado le molte difficoltà che aveva incontrato, portò avanti questa visione”, ha detto ieri, a Roma, P. David Kinnear Glenday al Simposio per il 150° anniversario della fondazione dell’Istituto comboniano. Pubblichiamo di seguito il texto della conferenza che il P. David ha rivolto ai partecipanti al Simposio.


La nostra vocazione antica, profonda e straordinaria:
appartenenza come gratitudine

La gratitudine è un cammino
Anniversario, celebrazione, ricordo, memo- ria: tutte queste cose sono immediatamente e giustamente associate con un senso di gratitudine. E, nel suo aspetto più autentico, la gratitudine è più che un sentimento passeggero, più che un’emozione eccitante; nel suo aspetto più profondo, la gratitudine è un cammino, una scoperta, un nuovo inizio. Come Papa Francesco ha osservato: “la   gioia del missionario brilla sempre sullo sfondo di una memoria grata”, perché “un discepolo è fondamentalmente ‘uno che fa memoria’”. La gratitudine non è statica, è dinamica; la gratitudine è movimento – verso l’interno, verso l’esterno e in avanti. E la missione è veramente un cammino nella gratitudine.

Inizia dall’amore
La gratitudine, in primo luogo, significa sapere – nel senso profondo, ricco e biblico della conoscenza – che il significato profondo di tutto è l’amore, o, come ha detto in modo memorabile una volta il Cardinale Martini:

Tutto ha un senso, e questo senso è luminoso e vitale.  In altre parole, malgrado le oscurità della situazione presente dell'uomo, malgrado la tragedia umana che ci circonda, malgrado le prove della Chiesa e le situazioni quasi assurde nelle quali si trova il mondo e possiamo trovarci anche noi, esiste al fondo di tutto un «vangelo», che assicura esserci una ragione luminosa e vivificante di tutte queste cose, se solo sappiamo coglierla e lasciarci trasformare da essa. 

Questa è la prima sfida della gratitudine: lasciarmi condurre dalla convinzione sperimentata che la chiave che apre il mistero dell’esistenza è la Grazia, e che la Grazia è presente nella storia – nella nostra, nella mia storia – ed è Provvidenza. La grazia è attiva e agisce; la Grazia ci attraversa e attende da noi di essere colta; la Grazia non perde mai la speranza in noi, ed è sempre pronta a cominciare di nuovo; la Grazia cresce sempre, e ha sempre sogni per il nostro futuro. “Io, infatti, conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo - dice il Signore - progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza". (Geremia 29, 11). La Grazia spera sempre, perché la Grazia crede in noi.

Quindi essere veramente grati significa rileggere la nostra storia e le nostre storie: Come, dove, chi mi ha amato? Qual è stato il nome, il volto dell’amore per me, per noi? Come la Grazia ha reso possibile che io, anche, amassi? In questo senso, il cammino di gratitudine spesso significherà sorpresa e cose inattese, un modo completamente nuovo e diverso di vedere le cose.

Lo Spirito vi ricorderà (Gv. 14, 25)
Mi sento sempre molto incoraggiato dal fatto che Gesù preveda che i suoi discepoli dimenticheranno probabilmente ciò che lui ha detto mentre era con loro, e che lui sa che suo Padre invierà lo Spirito per aiutarli in questa loro amnesia. Scopriamo in questo una forte e consolante intuizione: per i discepoli, per noi, ricordare è, prima di tutto, non uno sforzo o un progetto nostro, ma un regalo, una grazia, un’opera dello Spirito. 150 anni del mio Istituto, 40 anni di sacerdozio: celebrare un anniversario non è anzitutto qualcosa che facciamo per noi, ma piuttosto qualcosa che lo Spirito fa in noi e con noi; in definitiva, colui che veramente ricorda è lo Spirito. E ciò significa che ricordare, quando è ben radicato e fondato, può provocare in noi nuove scoperte e sorprese.

Ciascuno di noi, personalmente e tutti noi insieme, possiamo sperimentare questo dono dello Spirito che ci spinge a ricordare. Da parte mia, ho sperimentato di recente che questa grazia mi è stata regalata in due modi belli e piuttosto diversi. 

In primo luogo, sono stato, per così dire, condotto a ricordare tempi, situazioni, incontri, circostanze della vita, che per molti anni avevo semplicemente dimenticato. Ed ora, quando ritornano di nuovo e in modo inatteso, diventano motivi nuovi e più profondi per essere grato, per dire, forse perfino per cantare: il Signore era in quel luogo, in quel momento, in quelle persone. E’ come se lo Spirito, proprio come ha promesso Gesù – ci portasse ad udire la parola di amore che Gesù ci stava dicendo molto tempo fa, in quelle esperienze. Tutto questo racchiude una sfida entusiasmante: scoprire tutta la grandezza del potenziale della nostra storia personale e comunitaria, farne tesoro, curare con tenerezza e rivisitare quella storia con rinnovata speranza e attesa.

In secondo luogo, ho notato che lo Spirito mi spingeva lievemente non solo a ricordare apparentemente tempi dimenticati ed esperienze dimenticate, ma anche a rileggere esperienze che ricordo assai bene, in un modo nuovo. Momenti letti finora come momenti di ferite emergono a volte come momenti di guarigione; momenti di fragilità si rivelano luoghi di misericordia e di saggezza; momenti di colpa sono riconosciuti come luoghi di gioia: felix culpa, felice colpa, caduta fortunata; momenti di peccato come momenti di perdono e di crescita nella compassione. Con termini evangelici, ricordare vuol dire essere trasformati.

Se non fossi stato sveglio…
La prima riga della prima poesia dell’ultimo libro (di poesie) del poeta irlandese Seamus Heaney dice così:

Se non fossi stato sveglio, avrei perso tutto questo…

La poesia, scritta dopo un grave infarto sofferto da Heaney, può essere definita come un inno all’attenzione. L’improvvisa ed inattesa esperienza della grave fragilità fisica condusse Heaney ad apprezzare in modo nuovo e più profondo la preziosità e la bellezza di essere vivo, e ciò lo rese più attento al valore della vita nel presente.

La vera gratitudine, quindi, non è mai semplice nostalgia, agognando il tempo passato: la vera gratitudine eleva la mia coscienza e il mio profondo rispetto verso il momento presente, per poter scoprire e curare con tenerezza i frutti del futuro. Una persona grata tende ad essere una persona disposta ad accettare la sfida del discernimento, che potrebbe identificarsi con alcune delle intuizioni che il Papa Francesco ha condiviso quando si è incontrato con i superiori generali a novembre del 2016:

Personalmente ho molto a cuore il tema del discernimento… Non basta vedere il bianco e il nero. Il discernimento è andare avanti nel grigio della vita e cercare lì la volontà di Dio. E la volontà di Dio si cerca secondo la vera dottrina del Vangelo e non nel fissismo di una dottrina astratta … questo è un punto chiave: il discernimento è sempre dinamico, come lo è la vita. Le cose statiche non funzionano… quindi due parole: ascolto e movimento. Questo è importante. 

Per dirlo con le parole di Heaney, gratitudine significa stare svegli – e quindi non perdere il movimento della vita nuova.

Come posso ringraziare il Signore?
Considerato tutto questo, non può certamente sorprendere che la gratitudine in definitiva diventa missione, che la gratitudine giace nel cuore di tutti i gesti autentici di avvicinamento agli altri. La gratitudine ci invia, ci spinge verso il futuro, ravviva il sogno, la sfida, l’impegno, rende gioioso il dare.

La missione che diventa gratitudine in atto è un tema ricorrente e in definitiva molto piacevole nella vita di molti missionari notevoli. Paolo, per esempio, scrive ai Corinzi:

"Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio." (2 Cor 1, 3-4).

Al termine dei suoi Esercizi Spirituali, Ignazio di Loyola dice all’ esercitante: 

Chiedere quello che voglio. Qui sarà chiedere conoscenza interna di tanto bene ricevuto,

perché riconoscendolo interamente io possa in tutto amare e servire sua divina maestà (233).

Il mio fondatore, san Daniele Comboni, scrive dal deserto in cammino verso la sua missione in Sudan e dice:

Mi occorre ancora un mese e mezzo per arrivare alla mia prima residenza a Khartum. In più per condurre un carico di 20 cammelli ce ne occorrono 40, perché un cammello porta meno fardelli e su 40 ne muoiono 10. In più non si trova che un piccolo numero di cammelli. Sono l'uomo più imbarazzato del mondo: doppia fatica, doppie spese, doppio danno e doppia incertezza. Le scrivo da sotto un grande albero (acacia) che è attualmente il mio palazzo. A dieci passi dal mio baule, dove scrivo, ci sono 45 gradi di calore e non siamo che alla metà di marzo. Ora che fare? Ecco la nostra situazione.

Io, i miei Missionari, le mie cinque Suore Pie Madri della Nigrizia (che sono dei veri angeli), i miei artigiani, siamo i più felici della terra poiché siamo nelle mani di Dio, di Maria e del bravo S. Giuseppe. Noi soffriamo per Gesù, abbiamo tutto affidato nelle braccia della divina Provvidenza. Oh, come è dolce soffrire per Gesù, con Gesù e per le anime che dobbiamo guadagnare a Gesù Cristo!

Di nuovo, l’inizio
E quindi la missione: un cammino dalla gratitudine verso la gratitudine, un luogo dove si scopre sempre di nuove la lode, nelle pieghe della vita reale, con tutta la sua bellezza, le sue sfide e le possibilità di ricominciare. O, come invita Sant’ Agostino a fare nella sua famosa omelia pasquale alla sua gente:

“Fratelli e sorelle, fate in modo che la vostra lode scaturisca da tutto il vostro essere; detto con altre parole, quando lodate Dio, lodatelo con tutto il vostro essere; canti la voce, canti il cuore, canti la vita, cantino i fatti!”.

Su questo sfondo diviene naturale per me dire che le celebrazioni del 150° anniversario della fondazione da parte di Daniele Comboni del suo Istituto missionario è qualcosa di profondamente personale, e non può essere altrimenti. E’ qualcosa di profondo, è la rivelazione di una grazia con molte sfaccettature che mi ha accompagnato fin dai primi anni di vita, e che ho apprezzato e compreso sempre di più nei diversi eventi e nelle diverse fasi del mio cammino missionario.  Per me questa celebrazione parla di gratitudine, della mia gratitudine verso san Daniele Comboni, per i vari modi in cui l’Istituto da lui fondato ha plasmato e arricchito la mia vita.

Lasciate quindi che condivida tre tra i molti motivi profondi di gratitudine che mi pervadono.

Un’esperienza di Dio
Nel suo Piano per Rigenerare l’Africa, è evidente che Daniele Comboni vive la sua missione, e tutte le iniziative che questa missione lo induce a prendere, come una partecipazione nella missione di Dio. Nel riflettere e pregare sulla sua prima esperienza profondamente dolorosa della missione in Africa Centrale, scopre che lì, in mezzo alla perdita e al fallimento apparente, è riuscito a conoscere il Dio vivo, un Dio in comunità e un Dio in missione, un Dio che arriva fino ai confini della terra, e ci prende con lui, se noi lo permettiamo.

Proprio per questo, quando Comboni fonda il suo Istituto, lo immagina in termini di un “piccolo Cenacolo”, una Pentecoste attuale, un luogo dove gli esseri umani sono attratti dal mistero missionario della Trinità. Per questo la vera vita di questo Istituto è una vita nello Spirito, e un modo opportuno per celebrare questi 150 anni è dire: il meglio deve ancora venire. E’ possibile quindi che i limiti e le fragilità dell’Istituto oggi, più che essere ostacoli alla missione, possono essere la strada per scoprire dove e come lo Spirito ci sta guidando verso il futuro. Detto con altre parole, questa celebrazione ci parla del futuro e del passato.  

Questa Opera è cattolica 
Sono nato in India, da madre irlandese e da padre scozzese, e credo non sorprenda nessuno il fatto che sono particolarmente grato a san Daniele Comboni, perché fin dal principio, volle che il suo Istituto fosse totalmente internazionale, o “cattolico” come gli piaceva dire. Il Dio che lui aveva scoperto e sperimentato era un Dio per tutti, che coinvolge tutta la Chiesa in una missione diretta a tutti i continenti, nazioni, lingue e culture. Comboni si rese conto e capì che solamente rimanendo aperti ai membri di tutti le nazioni, questo Istituto poteva essere un testimone efficiente e credibile della missione di Dio nel mondo.

Questo cammino non è mai stato, e non sarà mai, facile per noi Missionari Comboniani, ed abbiamo avuto le nostre difficoltà e i nostri fallimenti lungo il percorso, ma c’è qualcosa di molto bello nel fatto che alla fine siamo stati riportati sempre, a volte malgrado noi, a questo desiderio, a questa intuizione del nostro Fondatore. Nel profondo del nostro cuore sappiamo che siamo chiamati ad essere un piccolo seme nel mondo della famiglia che il Padre anela e desidera. 

Non c’è bisogno di dire che sono profondamente grato per il fatto che, grazie a molti missionari comboniani, mi è stata concessa la grazia e ho avuto la possibilità di appartenere a questo Istituto, una grazia ed una opportunità che devo indubbiamente all’intuizione e alla visione del Fondatore. 

Una missione per ogni discepolo
Ora che celebriamo i 150 anni dal giorno in cui Daniele Comboni ebbe il coraggio di fondare il suo Istituto, possiamo solamente immaginare l’ampiezza, la vitalità e la freschezza della sua visione. Ancora una volta, fin dall’inizio, era chiaro nella sua mente e nella sua azione che Dio aveva condiviso la sua missione con tutta la Chiesa, con ogni singola persona battezzata, e malgrado le molte difficoltà che aveva incontrato, portò avanti questa visione.

Insisteva nel dire che tutti i vescovi erano chiamati ed ordinati per accettare la responsabilità dell’evangelizzazione del mondo intero, e non solamente della loro diocesi – e per questo partecipò al Primo Concilio Vaticano cercando di convincere i vescovi di questo. Il suo Istituto non sarebbe stato composto solo da sacerdoti, ma anche da laici totalmente dedicati alla missione – i “Fratelli” che hanno contribuito tanto in questi 150 anni, e senza i quali questo Istituto non sarebbe quello di Comboni. Nella stessa dinamica, Daniele Comboni coinvolse donne nella missione fin dall’inizio e fondò l’Istituto delle sue Suore – i due Istituti sono due polmoni dello stesso corpo, e il tutto può respirare e vivere bene solo quando si vive questa verità nella pratica giornaliera della missione di Comboni. Il Fondatore si mise in contatto con i laici, ancora una volta uomini e donne, di altri Istituti e gruppi missionari, con comunità di suore contemplative: prima di essere una teoria, questa era per lui la pratica della missione, una realtà che continua a sfidare e a provocare.

Nella stessa direzione, un aspetto particolarmente bello ed evocatore della fondazione del nostro Istituto da parte di san Daniele Comboni sono le relazioni, le amicizie che lui visse con tanti altri missionari di spicco del suo tempo: con san Giovanni Bosco, con san Arnold Jansen, fondatore dei Missionari del Verbo Divino, con padre Jules Chevalier, fondatore dei Missionari del Sacro Cuore, e così via. Ed anche questo, nel celebrare questi 150 anni, ci stimola e ci indica come andare avanti nel futuro.

Grazie, e sì
Come il Papa Francesco dice all’inizio quasi della sua Evangelii Gaudium, la gioia dell’evangelizzatore brilla sempre nel fondo di una memoria grata. E’ questa la gioia, ed è questo il tipo di memoria, che mi riempie e mi motiva ancora più che il primo giorno in cui “incontrai” Daniele Comboni, il Fondatore, tanti anni fa’.  Detto semplicemente, sono contento che questo santo missionario fece ciò che ha fatto. 


David Kinnear Glenday MCCJ

Fonte: comboni.org

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