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Assemblea USG - La testimonianza di tre Superiori Generali

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26/05/2017

usg assemblraASSEMBLEA USG - Gli interrogativi di Mark Weber sono stati ulteriormente confermati dalle dirette testimonianze di altri tre superiori generali. «Dopo 22 anni di esperienza nel campo della formazione, resto convintissimo che abbiamo bisogno di un cambiamento dei presupposti di base sul modo di formare i nostri giovani alla missione, oggi. Il contesto interculturale lo rende estremamente urgente». Con questa lucida convinzione ha aperto la sua testimonianza il superiore generale dei claretiani (Mathew Vattamattam). Non solo personalmente considera una “benedizione” il fatto di aver potuto vivere gran parte della sua vita missionaria in comunità interculturali, ma può anche aggiungere che la maggior parte delle case di formazione dei claretiani «sono interculturali e alcune di esse sono di natura internazionale». Anche in uno scenario particolarmente favorevole alla formazione come quello interculturale non mancano però serie sfide.

L'abbondanza di candidati in certi contesti socio-culturali è fonte di consolazione, ma anche di seria preoccupazione. Molto spesso non è facile conoscere i fattori culturali che promuovono o inibiscono l'internazionalizzazione dei valori della vita missionaria. “Benedizioni” e “sfide” nelle comunità interculturali camminano di pari passo, anche se poi, di fatto, rileggendo quanto detto dal relatore, le seconde sembrano sommergere in qualche modo le prime. E’ il caso, ad esempio, delle differenze avvertite come una minaccia,  dei tanti stereotipi e pregiudizi sulle culture altre, della dominazione culturale da parte del gruppo di maggioranza, della insensibilità culturale del gruppo dominante, del complesso di persecuzione da parte dei membri più deboli di fronte alle difficoltà, del persistere del cosiddetto “scudo culturale”, vale a dire della giustificazione degli interessi personali come differenze culturali, dell’ostinata resistenza all'adattamento, dello “sconto minoranza”, cioè dei privilegi ed eccezioni per membri di gruppi di minoranza durante la  formazione iniziale, della esagerata appartenenza affettiva e dipendenza da membri/famiglie della propria cultura o lingua madre, dell’eccessivo attaccamento alla cultura di origine facilitato dagli strumenti informatici e da un Wi-Fi gratis, fino al punto di «vivere mentalmente nella propria cultura domestica parlando alle persone, mandando messaggi e guardando film e notizie nella lingua nativa», ignorando di fatto il contesto in cui si vive e ci si forma alla vita consacrata.

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