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Il nostro impegno per la pace comincia all’interno cuore di ognuno di noi: Messaggio per la Celebrazione interreligiosa ed ecumenica per la Pace

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21/05/2017

F PaceArgentinaNOTIZIE 2017 - La sera del 25 aprile si è tenuta una celebrazione ecumenica e interreligiosa per la Pace nel giardino del convento di San Francesco a Salta, in Argentina. Alla preghiera hanno partecipato rappresentanti di varie religioni: cristiani di diverse confessioni, ebrei, musulmani, buddisti e delegati dei popoli nativi. A nome della Chiesa cattolica, ha pregato per la pace l’Arcivescovo di Salta, Mons. Mario Antonio Cargnello. A conclusione dell’evento, il Ministro generale ha rivolto ai presenti un toccante messaggio:

Celebrazione interreligiosa ed ecumenica per la pace

“La ricerca della pace e del progresso non può giungere alla sua conclusione in pochi anni, con la vittoria o la sconfitta. La ricerca della pace e del progresso, con le sue prove e suoi errori, i suoi successi e insuccessi, non può mai rilassarsi o essere abbandonata. ” (Dag Hammarskjold)

Queste parole dell’ex-segretario generale delle Nazioni Unite, Dag Hammarskjold, che morì cercando la pace per il Congo, fanno eco al desiderio del cuore umano di vivere in un mondo definito dalla giustizia, dall’uguaglianza,dal rispetto, dalla libertà autentica, in cui siano garantiti i diritti di tutte le persone, sia culturali che religiosi, ed in modo tutto particolare quelli delle minoranze.

Nella ricerca della pace, dobbiamo esaminare profondamente i nostri atteggiamenti: la nostra capacità di empatia; la nostra disponibilità a ricevere il perdono e ad offrirlo; il nostro impegno a costruire ponti piuttosto che erigere muri; e ad “estendere il nostro cerchio di compassione per abbracciare tutti gli esseri viventi.” (A. Schweitzer)

Tre settimane fa ho visitato le nostre comunità francescane a Damasco, Aleppo e Latakia, in Siria. A Damasco, il terrore, dovuto ad un ciclo interminabile di bombe che esplodono ventiquattro ore al giorno, ricorda a tutti che la pace non è che una lontana speranza. Lungo la strada che va da Damasco ad Aleppo, pesantemente sorvegliata, villaggi e città bombardati e vuoti riempiono il paesaggio. E, tuttavia, la natura sembra sfidare la violenza e pullula di fiori colorati di primavera, annunciando il suo rifiuto di essere definita dalla violenza, dall’odio e dalla disperazione.

Mentre entravamo nella città di Aleppo dalla parte orientale, le nostre menti sono rimaste stordite davanti alla incomprensibile distruzione  – umana e materiale – conseguenza delle decisioni prese da tutte le parti coinvolte nella guerra: la decisione di resistere a qualsiasi accordo, ad assumersi la responsabilità per gli atti di violenza del passato, ai quali si somma il coinvolgimento sconsiderato di attori esterni che perseguono interessi egoistici che approfondiscono la sofferenza umana ed estendono il cammino della distruzione. Dietro e sopra tutto questo, c’è la mancanza di volontà politica di prendere decisioni che potrebbero aprire un percorso per un futuro migliore, definito dai valori della misericordia, della giustizia, del rispetto, della libertà e della promozione del bene comune.

Durante tutto il nostro viaggio in Siria, abbiamo ascoltato storie che raccontano gli orrori della guerra: madri che soffrono in maniera inconsolabile per la perdita di mariti e figli; bambini che portano profonde ferite per la perdita di genitori e fratelli; anziani che sono completamente abbandonati, senza opzioni che consentano loro di allontanarsi da situazioni di pericolo; bambini cinicamente assassinati, intrappolati nel fuoco incrociato di una violenza che sembra non avere fine. Storie di intolleranza, di violenza e  di crescente esclusione sociale nei confronti delle minoranze culturali e religiose, così come contro i rifugiati e i migranti, si incontrano con una frequenza allarmante in tutte le parti del mondo.

Elie Wiesel, superstite della “Shoah” e Premio Nobel, una volta ha detto: “Chi odia un gruppo finirà odiando tutti – e, infine,  odiando se stesso o se stessa“. Un altro personaggio religioso, Francesco di Assisi, ha riconosciuto che l’antidoto all’odio era la volontà di non odiare, di non arrendersi alla violenza, di non cedere alle forze disumanizzanti del male, e la volontà di non chiudere il cuore o la casa a nessuno, perché ciascun uomo e ciascuna donna porta la divina immagine di Dio, come se Dio fosse presente nella carne di ogni singolo essere umano.

Riflettendo questo profondo anelito di pace e di riconciliazione, è emersa dalle ceneri della devastante Prima Guerra Mondiale una preghiera per la pace:

“Oh Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace.
Dove c’è odio, che io porti l’amore;
dove c’è offesa, che io porti il perdono;
dove c’è disperazione, che io porti la speranza;
dove c’è buio, che io porti la luce;
dove c’è tristezza, che io porti la gioia. “

Solidarietà, compassione, cura, rispetto, comunione e amore. Tali valori e forze interne possono contribuire a gettare le fondamenta di un nuovo paradigma di civiltà, di una umanità riunificata nella Casa comune, nel Pianeta Terra (cfr. Laudato si’).

La nostra chiamata è a “competere con tutti nel fare il bene“, come ci ricorda il Corano (Surat-al-Ma’id, 48), e a rifiutare  di competere con chiunque sia nella promozione dell’odio e del male. Lo scorso ottobre il papa Francesco, insieme con i leader delle principali religioni del mondo, ha offerto la seguente riflessione: “Desideriamo riaffermare l’importanza della fede, l’importanza della preghiera, l’importanza della grazia di Dio, se vogliamo veramente costruire un mondo nuovo, secondo i valori di Dio e dell’umanità fondata sulla pace”.

Speriamo che piantare un albero di ulivo in questo giardino, e piantare altri alberi di ulivo nei luoghi delle diverse confessioni e comunità culturali, serva come un segno concreto del nostro impegno a seguire il cammino di una nuova solidarietà, di una nuova effusione dello spirito di ospitalità e di compassione per tutti, soprattutto per gli immigrati, i poveri e gli emarginati.

Miei fratelli e sorelle di diverse confessioni religiose e tradizioni culturali, miei fratelli e sorelle di questa bella città di Salta, leader religiosi, autorità civili, e miei cari fratelli francescani, non dimentichiamo mai che il nostro impegno per la pace inizia dentro il cuore di ogni uno di noi. Il nostro grido e impegno per la pace testimonino al mondo che l’amore è più forte dell’odio; la misericordia è più forte della vendetta; e il nostro desiderio di armonia e di pace è più forte di tutte le forze della divisione e della violenza.

Dio benedica i nostri sforzi. Dio benedica gli abitanti di Salta. Pace! Shalom! Salaam!

Michael A. Perry, OFM
Salta, Argentina, 25 aprile 2017

Fonte: ofm.org

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