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Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo

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18/05/2017

Giornata-Mondiale-comunicazion-sociali-roma-2017-6NOTIZIE 2017 - «Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5). LI Giornata Mondiale delle comunicazioni Sociali
Si è svolto ieri a Roma l’incontro “Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo” in occasione della LI Giornata Mondiale delle comunicazioni Sociali. L’iniziativa romana è stata promossa, come ogni anno, dai Paolini e dalle Paoline italiane tra le iniziative della Settimana della Comunicazione (21-28 maggio 2017).

Si legge nel comunicato “Con Papa Francesco crediamo nella necessità di arginare la spirale della paura, che scaturisce da una eccessiva attenzione alle ‘cattive notizie’, e di fare spazio a narrazioni contrassegnate dalla logica della ‘buona notizia’; logica che spinge a superare malumore e rassegnazione per ricercare uno stile comunicativo aperto e creativo, ma non disposto a concedere al male un ruolo da protagonista.”

Ospiti dell’incontro sono stati Mons. Dario Edoardo Viganò, Prefertto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede; Mario Calabresi, Direttore di La Repubblica e Monica Maggioni, Presidente della RAI (Radio Televisione Italiana). Al termine è stato consegnato il Premio Paoline Comunicazione e Cultura Onlus 2017 all’attore e produttore cinematografico Beppe Fiorello. “Mi stupisco di quante storie belle e sconosciute ci siano. Il mio compito è quello di scovare i protagonisti portatori di queste storie e dare loro voce, corpo e immagine.”

Monsignor Viganò afferma che “il titolo della giornata è una citazione del libro di Isaia. Un invito perché il nostro raccontare e scrivere con le immagini sia la responsabilità di una consolazione. Il messaggio di Papa Francesco non offre un contenuto tecnicistico della comunicazione, ma mette al centro le persone. Oggi non esistono più i media da una parte e le persone dall’altra. Non esiste oggi un’azione che non sia mediale.”

Papa Francesco afferma nel messaggio che “L’accesso ai mezzi di comunicazione, grazie allo sviluppo tecnologico, è tale che moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare. Queste notizie possono essere belle o brutte, vere o false.”

A queste parole fa eco la Presidente della RAI: “Non so se è difficile invertire la tendenza sul modo di raccontarsi. Ci può essere una prospettiva diversa con la quale raccontiamo il mondo. Con quale sguardo verso la realtà il male viene raccontato? Il dolore deve essere raccontato ma va fato con un sguardo costruttivo. Nei contesti peggiori dobbiamo anche far emergere cosa si può fare per fare la differenza.
In particolare nel servizio pubblico questo è importante. Non possiamo fingerci neutri. Cosa possiamo fare per cambiare il modo di raccontare? Sta prendendo piede in America del Nord e in Europa il constructive journalism: raccontare le negatività inserendo anche delle storie positive di superamento del problema, buone pratiche e alcune soluzioni.
Il Papa ci invita a non appiattirci sul racconto del male del mondo: immettere nella storia di tutti i giorni sguardi positivi e che sanno di futuro.”

Il Papa ci invita a non appiattirci sul racconto del male del mondo: immettere nella storia di tutti i giorni sguardi positivi e che sanno di futuro.

Mario Calabresi ci mette in guardia sull’uso sbagliato che della ‘buona notizia’ si potrebbe fare; non si può coprire o ignorare il dolore. “La logica della buona notizia non funziona: alla fatica e al cinismo non si risponde con buone notizie. Immaginate una persona che da mesi non trova lavoro e voi gli raccontate le storie delle persone che invece l’hanno trovato. Non credo sia di aiuto. Io credo che nella comunicazione dobbiamo farci carico del malessere, offrendo anche delle vie di uscita, delle soluzioni. Il dolore non va negato a forza di buone notizie.”

La comunicazione è cambiata notevolmente negli ultimi anni, questo ce lo sentiamo ripetere da più parti. La domanda è: come cambia il ruolo di chi fa della comunicazione e dell’informazione la sua professione? Qual è oggi il ruolo del giornalista e del comunicatore? È ancora Calabresi ad aprire qualche pista di riflessione: “Il nostro sistema informativo è molto cambiato, soprattutto sul piano della velocità e distribuzione delle notizie in tempo reale sul globo. E’ cambiato il tempo disponibile per la cittadinanza di digerire e comprendere a fondo le notizie da parte delle persone.
Gli strumenti di comunicazione sono potenti veicoli di bene o di angoscia: la responsabilità finale è del giornalista.
La tendenza è che bisogna scandalizzare e indignare a tutti i costi: sottrarsi a questo meccanismo è faticoso ma non impossibile. Ci deve essere sempre un filtro tra ciò che deve essere pubblicato o no. Penso alle immagini orribili registrate con i cellulari dopo l’attacco a Nizza. Stiamo perdendo la discrezione della morte: l’attenzione del lenzuolo bianco sopra un morto, o il chiudergli gli occhi… Oggi tutto è spettacolo. Io invito sempre a porsi una domanda: se la persona che stai riprendendo fosse tua madre, tuo fratello o una persona che ami, lo faresti? Vorresti vedere il suo volto morente o deturpato sui computer di tutto il mondo?
Tutti siamo comunicatori con i mezzi oggi a disposizione. Ma ne siamo veramente capaci? Esiste una responsabilità dei comunicatori ma anche di ciascun cittadino.”

Io invito sempre a porsi una domanda: se la persona che stai riprendendo fosse tua madre, tuo fratello o una persona che ami, lo faresti? Vorresti vedere il suo volto morente o deturpato sui computer di tutto il mondo?

L’esortazione di Papa Francesco è di non perdere mai di vista l’umanità nel comunicare: il centro sono le persone con il loro bagaglio di esperienze. “E’ necessario rimettere al centro i fatti e così i fenomeni assumono contorni più chiari. Non dobbiamo mai stancarci di raccontare le cose in modo personale: se applichiamo questa regola al fenomeno migratorio, oggi al centro dei media, dovremmo iniziare a dare un volto umano e familiare alle persone che arrivano. Da dove sono partite? Come hanno preso la decisione con la loro famiglia di tentare il viaggio? Questo processo rende queste persone ‘normali’, umane.
Un giornalista mi raccontava che durante la crisi di Lesbo in Grecia, ha lasciato la sua camera da una parte e, invece di svolgere il suo lavoro, si è messo ad aiutare per quanto era disperata la situazione.
Questa umanizzazione della migrazione, che crea una zona grigia, è proprio ciò che il terrorismo non vuole che facciamo. E’ funzionale al terrorismo le posizioni di rifiuto dei musulmani per giustificare i loro atti. E’ necessario mantenere uno sguardo complesso sulla realtà.” Afferma Monica Maggioni.

Il lavoro di raccontare e raccontarsi resta una sfida che richiede un impegno costante di vigilanza, formazione e consapevolezza.

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