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Congo, appello Papa: “Politici ascoltino le crudeli sofferenze del popolo”

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22/12/2016

congoMESSAGGI - “Coloro che hanno responsabilità politiche ascoltino la voce della propria coscienza, sappiano vedere le crudeli sofferenze dei loro connazionali e abbiano a cuore il bene comune”. Ancora un accorato appello da parte di Papa Francesco, al termine dell’Udienza generale di oggi, per la Repubblica Democratica del Congo, dove si teme lo scoppio di una guerra civile. “Alla luce di un recente incontro che ho avuto con il presidente e il vice-presidente della Conferenza Episcopale della Repubblica Democratica del Congo, rivolgo nuovamente un accorato appello a tutti i congolesi perché, in questo delicato momento della loro storia, siano artefici di riconciliazione e di pace”, ha detto Bergoglio. E assicurando il suo sostegno e affetto “all’amato popolo di quel Paese”, ha invitato tutti “a lasciarsi guidare dalla luce del Redentore del mondo”, pregando “affinché il Natale del Signore apra cammini di speranza”.

Già nell’Angelus di domenica scorsa, Francesco aveva pregato per la situazione della Repubblica Democratica del Congo: “Vi chiedo di pregare affinché il dialogo nella Repubblica Democratica del Congo si svolga con serenità per evitare qualsiasi tipo di violenza e per il bene di tutto il Paese”, è stato l’appello del Pontefice. Che due giorni fa ha ricevuto in Vaticano il presidente della Conferenza Episcopale, mons. Marcel Utembi Tapa, arcivescovo di Kisangani, accompagnato dal vicepresidente, mons. Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo di Mbandaka-Bikoro.

I presuli hanno riferito al Papa l’opera di mediazione che la Chiesa congolese sta conducendo in questo momento difficile. Nei giorni scorsi i vescovi avevano lanciato un appello a governo e opposizione perché proseguano nel dialogo trovando “una soluzione alla crisi politica”.

Sono ormai settimane che il Paese africano è divenuto scenario di proteste e violenze. Il 19 dicembre scorso, è ufficialmente scaduto il secondo mandato del presidente Joseph Kabila, salito al potere nel 2001 senza essere eletto, che non ha voluto però indire delle elezioni per la sua successione.  Già il mese scorso, infatti, i cittadini congolesi avrebbero dovuto (e voluto) andare alle urne, ma la commissione elettorale ha annullato la consultazione denunciando difficoltà logistiche ed economiche nell’organizzazione del voto. La Costituzione congolese non permette a Kabila di candidarsi per un terzo mandato, e l’opposizione pretende garanzie affinché questo non avvenga parlando pure di “profonde divergenze”, in particolare sulle modifiche alla Carta costituzionale.

Sono tanti quelli che accusano Kabila di voler restare al potere per un periodo indefinito. O almeno finché non sarà fissata una nuova data per le presidenziali, che probabilmente si terranno nell’aprile del 2018 se le trattative, al via oggi, andranno a buon fine. La diplomazia lavora perché il leader si dimetta, evitando così che la crisi politica sfoci in una sanguinosa guerra civile.

Tale situazione ha creato e continua a creare infatti forti tensioni all’interno del Paese. Nei giorni scorsi, appena diffusa la notizia che Kabila non si sarebbe dimesso, nelle città principali del Congo si sono avvicendate manifestazioni di protesta. Sopratutto ad Est si contano già sei morti: un casco blu sudafricano, un poliziotto e 4 insorti. A Kinshasa, ieri, a partire da mezzanotte, diverse persone sono scese in piazza per dare segno della fine del mandato di Kabila battendo sulle pentole e facendo rumore con i vuvuzela, come ha raccontato alla Radio Vaticana padre Freddy Kyombo Senga, missionario congolese dei Padri Bianchi e redattore della rivista Le Petit Écho.

Il clima sta diventando sempre più teso e gli scontri assumono toni violenti, estendendosi anche in Sudafrica, dove, a Pretoria, nei giorni scorsi, si sono tenute pesanti proteste. L’Occidente trema davanti ai possibili risvolti di questa crisi: la paura è che possa addirittura ripetersi ciò che avvenne durante i conflitti del 1996, anno in cui il dittatore Mobutu Sésé Seko fu spodestato, andati avanti fino al 2003. In sette anni furono oltre cinque milioni le persone uccise, senza contare le migliaia di donne abusate da ribelli e militari.

Fonti: zenit.org

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