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I vantaggi dell'ospitalità

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07/06/2016

ospitalitàGIUSTIZIA E PACE - Abbiamo sempre frainteso la frase “Ospitateli a casa vostra!”. Non è la risposta razzista di chi non capisce il valore dell’accoglienza. È un augurio. Perché accogliere i migranti non è solo possibile, ma, con le dovute accortezze, è un vantaggio per la comunità, anche economico. A testimoniarlo sono tante esperienze su tutto il territorio italiano; in molti casi si tratta di progetti legati allo Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, ma non solo. Gli elementi in comune che questi progetti virtuosi presentano sono la volontà di vedere gli immigrati come persone – e, in quanto tali, titolari dei diritti di qualsiasi cittadino –, ma anche di considerarli delle “risorse” da valorizzare.

Case, non aree degradate.
«Immagina un condominio, in una qualsiasi città, che ospiti 30 famiglie pachistane: diventa immediatamente il “condominio Pakistan”, è già un ghetto». L’immagine che usa Carlo Cominelli è banale, e la conseguenza è scontata. Lui è della cooperativa sociale K-Pax, che a Breno, in provincia di Brescia, si occupa di accoglienza migranti.

Eppure la nascita della “paura” del migrante, nelle nostre città, parte proprio dal non voler prendere in considerazione questa semplice intuizione. Alloggiare decine di profughi in un’unica struttura, privata o pubblica, costringe il quartiere che la ospita a confrontarsi con una nuova situazione, e permette a politici e razzisti di far leva sui timori, infondati ma istintivi, della gente.

Ormai “centro di accoglienza”, formula che indica semplicemente la funzione di una struttura, è un’espressione che ha assunto per noi una connotazione negativa: nell’immaginario collettivo viene abbinata a edifici fatiscenti, nelle periferie delle grandi città, nei quali sono costretti a vivere decine, se non centinaia, di migranti. La permanenza dei profughi in queste strutture dovrebbe essere limitata al tempo strettamente necessario al trasferimento successivo in strutture di “seconda accoglienza”, quelle cioè previste dallo Sprar. Ma questa prospettiva è disattesa: oggi i centri di accoglienza (compresi i Cas, i Centri di accoglienza straordinaria) ospitano ben il 70% dei richiedenti asilo sul suolo italiano.

Ci sono molte alternative a questa soluzione, riconducibili all’idea di accoglienza diffusa o di “microaccoglienza”: trovare ai richiedenti asilo piccoli alloggi, autonomi e distribuiti sul territorio. Questo tipo di inserimento facilita la relazione con i vicini di casa e non crea disagio.

Non è, comunque, una soluzione facile. I richiedenti asilo che convivono, spesso vengono da paesi diversi, parlano lingue diverse e in comune tra loro non hanno quasi niente. Sono di fatto “costretti” a convivere con estranei, per un periodo di almeno sei mesi, con possibilità di proroga. Anche per questo è prevista la presenza di un mediatore culturale che aiuti le relazioni all’interno della casa, facilitando l’integrazione dei richiedenti asilo nel tessuto sociale in cui si trovano a vivere.

Lavoro, servizi, autonomia, integrazione.
«Bisogna capire la differenza tra accoglienza e accoglienza integrata, che è quella prevista dallo Sprar», spiega ancora Cominelli. «Nell’accoglienza prevista dai bandi prefettizi si è tenuti, in genere, a garantire vitto e alloggio, il pocket money di 2,50 euro al giorno, i servizi di base – come assistenza medica e mediazione culturale – e un’assistenza legale non ben definita. Dal nostro punto di vista serve di più: noi aggiungiamo la formazione professionale, i tirocini e una serie di attività per favorire l’inserimento nel territorio».

Non bastano una casa dignitosa, la possibilità di ritrovare la propria cultura anche cucinando da soli i propri cibi, la convivenza (comunque mai scontata): la condizione che garantisce l’integrazione è l’occupazione. Lo conferma Gianfranco Schiavone, membro dell’Asgi, l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, nonché presidente di Ics di Trieste, associazione che si occupa di accoglienza. «La formazione professionale è il primo problema: il sistema di formazione in Italia non vede le esigenze particolari dei richiedenti asilo e non investe su di loro». (...)

Per continuare la lettura dell'articolo del numero di Nigrizia di giugno 2016: rivista cartacea o abbonamento online.

Fonte: nigrizia.it

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