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ASSEMBLEA USG, Trasparenza evangelica, ma anche economica

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27/05/2016

ass usg1USG - Il tema del radicalismo profetico è stato ripreso e sviluppato, nella seconda giornata di lavori dell’assemblea dei superiori generali, anche dal superiore generale dei Verbiti, Heinz Kulüke. Il contributo dei religiosi al rinnovamento della Chiesa, ha detto, «dipenderà dal rinnovamento della nostra immagine di Dio, della nostra vita e della nostra missione». Solo dopo una lettura de-costruttiva di questa immagine, sarà possibile rispondere positivamente a tanti interrogativi sul rinnovamento sia della Chiesa che della vita religiosa. Cosa deve ambiare nella vita personale e comunitaria dei religiosi, si è chiesto, per essere «testimoni autentici dell'amore, della compassione, della sollecitudine di Dio” in un mondo d’ingiustizie e di speranze come quello attuale? Attraverso un rinnovamento ad intra, come assicurare un «impegno missionario ad extra a livello personale e comunitario?». Quale servizio è possibile mettere in atto nei confronti dei poveri e del mondo di chi soffre? Concretamente, i laici «come possono condividere il compito e la missione delle nostre Congregazioni religiose?». Quale contributo potranno dare i diversi carismi delle congregazioni religiose a questo rinnovamento?

Il relatore ha tentato una sua risposta a queste domande soffermandosi in particolare su alcuni “elementi essenziali” di questo rinnovamento, vale a dire la formazione, la spiritualità, la leadership e la gestione delle finanze. Formazione sì, ma quale? Ha risposto con le parole di un suo confratello missionario in America meridionale: «Mi hanno insegnato a predicare, a celebrare la messa e ad amministrare gli altri sacramenti, ma ciò di cui le persone hanno veramente bisogno è molto diverso: hanno bisogno di acqua, di cibo, di servizi sanitari, di educazione. Solamente se mi preoccupo di queste necessità della gente posso parlare di Dio con senso e celebrare veramente i sacramenti». Sull’esempio di Gesù molto “critico” nei confronti di alcuni aspetti della sua cultura, la formazione dovrebbe sviluppare un atteggiamento profetico di denuncia. Guai a trasformare la propria cultura in un “idolo”. La formazione iniziale, infatti, è una buona occasione per “de-costruire” la superiorità culturale e i pregiudizi etnici».

Non ci può essere formazione seria senza un vero rinnovamento spirituale. Oggi sono sempre più numerose le comunità internazionali e interculturali. Proprio per questo è indispensabile, anzitutto, «imparare a pregare e a celebrare la propria fede nel rispetto dei diversi contesti culturali, senza rinunciare, poi, a «un giusto equilibrio tra azione e contemplazione, tra comunità e vita individuale e impegno». L’internazionalizzazione arricchisce di certo la vita di una comunità, ma è anche una sfida tutt’altro che semplice.

Abitudini di lavoro e percezione del tempo sono molto diverse tra una cultura e l’altra. In internet le persone “lontane” sono spesso infinitamente più “vicine” di quelle della comunità. E’ risaputa, inoltre, la difficoltà di snidare certi confratelli “dislocati” (direbbe papa Francesco), inamovibili e bloccati in consuetudini di vita acquisite una volta per sempre. Può succedere, come ha ricordato il relatore, che un religioso abbia potuto conoscere «solo durante il funerale, e più precisamente durante la predica, il confratello con cui aveva vissuto insieme per oltre 20 anni».

Altra questione di capitale importanza è quella di buoni leader in un contesto sempre più internazionale e interculturale. Quante volte, per le più svariate ragioni, “si decide di non decidere”. Non ci si dovrebbe dimenticare che in alcuni casi di conflitto «i confratelli perdonano ma non dimenticano». Una risposta assai frequente e anche frustrante per dei giovani leader di comunità religiose, è quella del “NSPF” (non si può fare). Per cambiare qualcosa nelle comunità religiose spesso vuol dire «cambiare le persone, con tutta la sofferenza e i conflitti che ciò comporta». Stupisce non poco, a volte, «la conoscenza limitata che i confratelli hanno dell'insieme della Congregazione e perfino delle comunità vicine o dei confratelli della loro stessa comunità». Da qui la domanda sul come «motivare i nostri confratelli in modo che guardino al di là del loro orizzonte».

Quanto sarebbe importante coinvolgere, in tanti campi, come quello delle finanze, anche laici competenti. Le norme, solitamente, esistono e sono anche chiare, ma la realtà, soprattutto quella internazionale e interculturale «è molto diversa». Il futuro è sicuramente nella internazionalità. Ma sarebbe forse il caso anche di quantificarne realisticamente i costi, consapevoli del numero crescente, in tante comunità, del numero dei confratelli anziani e ammalati e anche del bisogno, a volte, di farsi carico dei bisogni dei propri parenti. E’ necessario sviluppare la solidarietà a tutti i livelli: comunitario, interprovinciale, zonale. Uno degli investimenti migliori, in questo momento, è sicuramente «quello dei giovani confratelli nei centri di formazione in Asia e in Africa». Soprattutto a questo livello si dovrebbe imparare a «usare i fondi in modo trasparente, valutare e documentare questi progetti secondo gli standard delle diverse entità che li sponsorizzano, governi inclusi».

Da oltre vent'anni, ha concluso p. Kulüke, i Verbiti hanno scelto di parlare di missione intesa come un “dialogo profetico”, ben sapendo, come ricorda papa Francesco nella sua lettera a tutti i consacrati, che il profeta «è capace di denunciare il male del peccato e le ingiustizie, perché è libero, non deve rispondere ad altri padroni se non a Dio, non ha altri interessi che quelli di Dio. Il profeta sta abitualmente dalla parte dei poveri e degli indifesi, perché sa che Dio stesso è dalla loro parte». Mai come oggi la vita religiosa è chiamata ad «offrire speranza e proporre nuovi modi per superare la crisi attuale che la società nel suo insieme e la Chiesa stanno soffrendo».

Uno dei rischi più seri in quella che dovrebbe essere una gestione responsabile dei beni, è quello di lasciarsi prendere dalla tentazione del potere, con tutte le conseguenze del caso. E’ un po’ la sintesi, molto concreta, dell’intervento del rettore maggiore dei salesiani, don Àngel Fernández Artime. Dopo un breve richiamo a papa Francesco sulla “povertà amorosa” fatta di solidarietà, di condivisione e di carità nella sobrietà e nella ricerca della giustizia, dopo l’ascolto di quanto alcuni padri della Chiesa hanno scritto sull’uso della ricchezza e dopo la sintesi di un documento sulla gestione dei beni, pubblicato, nel 2014, dal dicastero vaticano per la vita consacrata, Artime ha fatto alcune sue considerazioni. Anche se non sempre e non tutti, si può affermare comunque che i religiosi e le religiose vivono “in modo semplice e sobrio”. Non si può dire la stessa cosa per quanto concerne la gestione di certe costruzioni “centenarie pluridecennali”. E’ difficile parlare in questi casi di “profezia evangelica”. La stessa condivisione, quando si tratta di soldi, «trova un fittissimo muro, infrangibile». Si fatica non poco ogni volta che si deve «chiudere, ricollocare, risignificare, ristrutturare le proprie opere». Gli inviti alla trasparenza in fatto di preventivi e bilanci, cadono facilmente nel vuoto. La gestione economica «non è il nostro forte». Inevitabili, allora, «equivoci importanti, vendite inadeguate, truffe nella firma di accordi o contratti», errori di non poco conto in campo economico giuridico. Capita più frequentemente del previsto che superiori locali o provinciali siano di fatto “prigionieri dei propri economi”. Le persone “di fiducia e di provata fedeltà” in questo campo, non vanno mai confuse con l’amico tale o tal altro. E’ sicuramente importante la formazione degli economi; ma lo è ancora di più la formazione di persone «capaci di animazione e governo» per sapersi poi, all’occorrenza, circondarsi delle persone giuste. Perché negarlo: la trasparenza nei bilanci e nella gestione delle opere – “uno degli aspetti più oscuri dei nostri confratelli” – è meglio garantita da laici competenti.

Se non si aprono gli occhi, ha aggiunto il rettor maggiore, le questioni economiche possono compromettere seriamente, possono addirittura «uccidere la nostra condizione di religiosi». A che serve, infatti, riempirsi la bocca di una vita come dono, come gratuità assoluta, quando la tentazione del potere rischia di convertirsi, tanto o poco non importa, «in sangue che scorre per le nostre vene». Non è possibile barattare o emarginare il proprio carisma, per questioni gestionali o amministrative. E’ preoccupante il fatto che anche giovani religiosi, appena conclusa la formazione, abbiano subito di mira l’incarico o l’ufficio da occupare. Il clericalismo esiste anche all’interno delle congregazioni religiose, là soprattutto «dove l’essere presbiteri è un onore, con uno status che si traduce in autorità, potere, incluso l’accesso ai mezzi economici da maneggiare, con cui aiutare la famiglia». Una conferma la si ha nella difficoltà a rapportarsi ai laici non come a dei dipendenti, questo è fin troppo scontato, ma come a dei collaboratori nella missione dell’istituto. In fondo, i religiosi sono visti ancora molto spesso come «coloro che pagano» e proprio in quanto pagano, possono anche licenziare. Ci sono ancora troppi religiosi “controllori delle istituzioni”, aggrappati al loro ruolo di presidi, di amministratori, di direttori di una scuola. Non fidandosi dei laici, hanno paura di perdere il “controllo del denaro”, per non parlare, poi, di quei religiosi parroci sospinti in tutto quello che fanno dal «sentimento midollare di essere i padroni della parrocchia».

Tutte queste preoccupanti situazioni possono essere facilmente razionalizzate da un falso senso di responsabilità convinti come sono, certi religiosi, di agire sempre e solo «per il bene della istituzione, per garantirne il futuro, perché non crolli tutto». Come non vedere allora, ha concluso Artime, l’urgenza di una “autentica evangelizzazione e conversione” non dei laici, ma dei religiosi che hanno responsabilità soprattutto economico-amministrative nell’ambito del proprio istituto?

I lavori dell’assemblea si concluderanno domani, venerdi 27 maggio, con una sintesi – a cura di don Francesco Cereda e di fr. Enzo Biemmi - non solo di quanto detto dai relatori ma anche del confronto in aula con i superiori generali e soprattutto dei lavori per gruppi linguistici. Sia il prefetto del dicastero vaticano per la vita consacrata, card. João Braz de Aviz, che il segretario, mons. José Rodriguez Carballo, hanno accolto molto volentieri l’invito a presiedere due delle tre concelebrazioni eucaristiche con le quali i superiori generali, come sempre, hanno accompagnato e rimotivato i loro lavori assembleari.

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