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Rupnik: “Abbiamo bisogno di una ‘Chiesa bella’ e non ‘para-imperiale’”

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24/02/2016

giubileo misericordia logo-740x493RIFLESSIONI - Una Chiesa che sia misericordiosa, accogliente, generosa, e che non ceda a tentazioni ‘para-statali’ o, peggio, ‘para-imperiali’. È l’auspicio espresso da padre Marko Ivan Rupnick, durante la meditazione pronunciata stamattina, in Aula Paolo VI, in apertura del Giubileo della Curia Romana e delle Istituzioni alla Santa Sede.

Secondo padre Rupnick, la nostra fede è “accoglienza di una vita” e il compito della Chiesa è quello di “manifestare di quale grazia, di quale bontà siamo stati destinatari”, quindi, mostrare al mondo cosa Dio abbia fatto di noi, scorrendo “attraverso l’umanità”.

C’è una tentazione ricorrente, ha aggiunto il teologo gesuita, che non riguarda solo la Curia Romana ma “ogni Curia” ed è quella di “acquisire un carattere un po’ para-statale, para-imperiale, come nel passato”.

Si tratta, ha aggiunto Rupnick, di una “tentazione tremenda”, perché “mette nel cuore la funzione, la struttura, l’istituzione, l’individuo che è in funzione di…”.

Sarebbe uno “scandalo” mostrare al mondo un cristianesimo vissuto come “realtà individuale”, laddove la Chiesa, nella sua modalità “di strutturarsi, di governare, di dirigere, di gestire”, deve esprimere comunione e inclusione.

Nessuno, dunque, si incamminerà mai dietro a una “Chiesa brava” ma avrà attrattiva soltanto una “Chiesa bella” che, nei suoi gesti e nella sua predicazione, faccia “emergere un altro, il Figlio e, ancor più, il Padre”, affinché l’uomo diventi “luogo della vita, come comunione e misericordia”.

È necessario, dunque, ha sottolineato il gesuita, che emergano, anche nella Curia, “persone libere, libere da se stesse, che si offrono, disponibili, generose, che aprono”.

Missione della Chiesa è “coprire la distanza tra noi e il nostro uomo contemporaneo, ferito come noi, dolente come noi, provato come noi: più saremo provati come tutti gli uomini, più saremo misericordiosi” e riusciremo a coinvolgere “le persone in un desiderio di vita nuova”.

Da solo, però, l’uomo non può “coprire la distanza che separa l’uomo perduto, peccatore, morto, da Dio vivente”: solo Dio può farlo e, in ciò, manifesta la propria identità “verso di noi e verso la Creazione, cioè la misericordia”.

“Se passa attraverso di noi questa vita di Dio, l’uomo è capace di portare il frutto che rimane, è capace di avvolgere il suo lavoro nell’amore che rimane in eterno, perché torna al Padre: ciò che l’uomo può rivelare è la sua divina umanità in Cristo”, ha poi concluso il teologo.

Fonte: zenit.org. 22/02/2016

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