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86ª Assemblea USG - 1° giorno

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25/11/2015

ROMA - I superiori generali, riuniti da questa mattina al Salesianum di Roma, per la loro 86ª assemblea semestrale, dopo il saluto iniziale del presidente p. Nicolas, hanno iniziato i lavori mettendosi in ascolto di quattro loro delegati al Sinodo. Coordinati da don Mario Aldegani (Giuseppini del Murialdo), hanno preso la parola p. Richard Baawobr (Missionari d’Africa), fra Bruno Cadorè (Domenicani), fr. Hervé Janson (Piccoli fratelli di Gesù) e p. Jeremias Schroeder (Benedettini di Sant’Ottilia). Ai relatori erano state poste due domande, la prima sulla loro “esperienza personale” al Sinodo, la seconda sul “punto nodale”, a loro avviso, dei lavori sinodali.

“Essendo questo il mio primo sinodo, ha esordito p. Richard, non sapevo cosa aspettarmi”. E’ rimasto colpito dalle diverse sensibilità e dai tanti problemi sollevati. Se queste diversità sono una ricchezza, possono però diventare fonte di seria preoccupazione. Il fatto comunque che pur tra tante diversità sia stato approvato alla fine un testo con l’esito ormai noto a tutti, “è un segno che lo Spirito di Gesù ha agito e ha accompagnato l’assemblea”.

Un punto chiave, per p. Richard, è stato quello dei divorziati risposati. Qui si vede con chiarezza come le aspettative cambiano facilmente da un continente all’altro, anzi da un paese altro. Proprio per questa diversità è fondamentale la sinodalità da una parte e il discernimento dall’altra. La relazione finale è sicuramente un documento da far conoscere e su cui lavorare. Non sarà facile far  comprendere ai divorziati risposati  che ci può essere una via di uscita dalla loro situazione. Ma fino a che punto sono preparate le nostre comunità cristiane a confrontarsi positivamente anche con queste situazioni?
“Fin dal primo giorno, ha detto p. Jeremias, si è percepito che erano in gioco questioni molto serie. Grazie all’intervento “forte e pregnante” di papa Francesco dopo la contestazione del card. Pell sulle procedure sinodali e dopo la messa in guardia di fronte alla “ermeneutica della cospirazione”, il cammino sinodale si è rivelato meno impervio del previsto. I momenti migliori sono stati quelli in cui “abbiamo preso le distanze dalle discussioni procedurali  e abbiamo iniziato a parlare dei problemi reali”. L’importanza del documento finale sta nel fatto che ha aperto molte porte senza chiuderne nessuna, lasciando al papa la libertà di poter muoversi come ritiene più opportuno”.

Per Jeremias il vero punto nodale del sinodo  è quello della sfida della globalizzazione. “Come può la Chiesa conservare la sua unità, come Chiesa universale, di fronte all’enorme diversità culturale?”. Purtroppo c’è una diffusa incapacità di comprensione dello sviluppo storico della Chiesa.  La visione storica “permeata dal pensiero giuridico  e da una certa metafisica scolastica che si occupa solo di verità eterne astratte”, non è più quella di oggi. Papa Francesco in sinodo ha dato delle risposte forti in ordine ad esempio alla inculturazione. “Dobbiamo, ha concluso p. Jeremias, incarnare i valori della nostra fede con più profondità nelle nostre rispettive culture. E quando avremo fatto questo per davvero, allora non dobbiamo diffidare di quanti stanno  camminando nella stessa direzione”.

Il primo dato concreto, secondo fra Cadorè, è stato quello vissuto all’interno del suo gruppo di lavoro, un gruppo “stimolante, rappresentativo della diversità ecclesiale, culturale e pastorale aperto alla riflessione di tutti i partecipanti”. Ha toccato con mano la dimensione universale della Chiesa. Non è mancata una certa “impazienza” in rapporto al metodo di lavoro che, a suo dire, avrebbe tanto da imparare, ad esempio, dall’esperienza capitolare di tanti istituti di vita consacrata. Auspicando un dialogo sempre più aperto all’interno della Chiesa, ci si dovrebbe concentrare sulla lettura dei segni dei tempi, partendo da una loro piena intelligibilità anche teologica.

La “questione nodale” del sinodo, secondo Cadorè, è quella della “ecclesialità”. Attraverso una teologia della comunione, dalla vita dei credenti dovrebbe trasparire la “buona notizia” del mistero pasquale da assumere e vivere in stretto rapporto con le realtà del mondo. Non è possibile progredire nella comunione ecclesiale “esacerbando”  le tensioni intraecclesiali. Tanti problemi si potrebbero più facilmente risolvere, guardando alle famiglie come luoghi di mediazione fino a farne le prime “evangelizzatrici”.

Introducendosi a parlare della sua esperienza al sinodo, fr. Hervé ha confessato candidamente la sua difficoltà nel «ritrovarsi in un mondo fin troppo clericale e di cui lui stesso non ha mai avuto una diretta esperienza». I piccoli fratelli di Gesù, ha aggiunto, com’è noto e come da sempre va ripetendo papa Francesco, vivono alle “periferie” del mondo condividendo la condizione sociale di quanti sono “senza nome e senza rilevanza sociale”. Ha apprezzato molto, sul piano del metodo, il limite dei tre minuti imposto ai relatori, obbligandoli in questo modo ad andare subito alle cose essenziali. Anche se ha vissuto momenti di “desolazione” in mezzo ai tanti cardinali e vescovi del suo gruppo, non sono mancate stupende esperienze ecclesiali che ti fanno toccare con mano la sfida della cattolicità della Chiesa nei diversi contesti culturali. Dal momento che il tema del sinodo era incentrato sulla famiglia, la presenza solo di 32 coppie di sposi appartenenti a culture diverse, non era proprio il massimo. «Diciamo, ha commentato, che è pur sempre un primo passo…». Un altro problema da affrontare con una certa urgenza all’interno dell’USG, è quello «del nostro posto in quanto religiosi come membri di pieno diritto all’interno di un sinodo di vescovi, vale a dire con il diritto di voto», un diritto negato, invece, alle nostre “sorelle religiose” che da sole rappresentano l’83%  di tutti i consacrati.

I “punti forti” del sinodo per Hervé sono stati enunciati con chiarezza da papa Francesco: ripartire da Nazareth,  assumere uno sguardo di misericordia su ogni singola persona, puntare su una chiesa pienamente sinodale, favorire il primato dello spirito sulla lettera, decentralizzare il più possibile sulle chiese locali, in uno spirito di comunione “cum Petro et sub Petro”. Tra i punti di maggior rilievo del cammino sinodale ripresi dal documento finale, Hervé ha evidenziato l’importanza dell’accompagnamento, del prendersi cura l’uno dell’altro, di uno sguardo sempre più misericordioso e non di condanna, della necessaria conversione a incominciare da se stessi, del discernimento comunitario dei pastori insieme alle famiglie. Dopo aver accennato ai ben noti “casi difficili”, ha concluso auspicando, com’è detto nel documento finale, che nessuna persona sia giudicata, che tutte le porte siano lasciate aperte affinché papa Francesco  «possa andare oltre per esprimere parole che diano gioia e speranza a tutte le famiglie ferite e bisognose di essere ascoltate.

I lavori sono proseguiti nel pomeriggio con la relazione del segretario generale, p. David Glanday sul triennio “epocale” 2012-2015. Immediatamente prima era stato effettuato un sondaggio per l’elezione del nuovo presidente USG, in attesa della votazione definitiva prevista nella mattinata di domani, seconda giornata di lavori che si apriranno con un dialogo a più voci (un giurista, un parroco, una teologa) sui lavori del sinodo.

Angelo Arrighini, 25/11/2015

Per vedere le foto dell'86a Assemblea USG, realizzate da UISG - Ufficio Comunicazioni, clicca qui

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