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Catechesi mistagogica della II Domenica di Quaresima / B

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27/02/2015

SPIRITUALITÀ - Don Francesco Dell'Orco, parroco della comunità "Stella maris", (Bisceglie - BAT in Puglia), propone, in occasione dell'anno della vita consacrata, una catechesi mistagogica domenicale con riferimenti alla Evangelii gaudium di Papa Francesco e al Magistero sulla Vita consacrata. Dice don Francesco: “Vorrebbe essere un piccolo dono per le persone consacrate, che tanto hanno contribuito nel mio cammino vocazionale”.


“ La domenica della trasfigurazione del Signore “

L’antifona d’ingresso (Sal 26/27,8-9) ci invita a fissare il nostro sguardo sul volto del Signore, cercando rifugio presso di lui. Nelle prove e nei pericoli non perdiamoci d’animo, perché il Signore ci sostiene e ci infonde coraggio. Di fronte agli assalti dei nostri nemici spirituali non temiamo alcun male, perché i nostri cuori sono rivolti al Signore, luce, salvezza e difesa della nostra esistenza. Cerchiamo il Signore mentre si fa trovare; invochiamo il suo santo nome per essere salvati. Ricerchiamo il volto del Signore nostro Gesù Cristo nelle sacre scritture, nei divini misteri, nei suoi fratelli più piccoli, nell’attesa di vederlo così com’è (cf. 1 Gv 3,3) in paradiso. Rallegriamoci ed esultiamo nel riconoscere che siamo stati creati a immagine e somiglianza del volto di Dio. In questa quaresima contempliamo il volto di Cristo nella preghiera, “fondamento assoluto di ogni nostra azione pastorale” (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 15).

La Colletta evidenzia la chiamata che il Padre ci rivolge ad ascoltare il suo amato Figlio (cf. Mc 9,7b), nutrendo la nostra fede con la sua Parola (cf. Rm 10,17), collirio spirituale che purifica gli occhi del nostro cuore (cf. Ap 3,18c), perché possiamo godere la visione beatifica della sua gloria (cf. 1 Cor 13,12b).

La Colletta alternativa sottolinea la bontà misericordiosa del Padre che non ha risparmiato il suo Figlio unigenito, ma lo ha dato per la nostra salvezza (cf. Rm 8,32). A Lui chiediamo di farci progredire nel pellegrinaggio della fede, che è ubbidienza alla sua rivelazione (cf. Rm 16,26; 2 Cor 10,5-6; Dei verbum, 5), - sull’esempio di Abramo e di Maria (cf. Lumen gentium, 58) – perché seguiamo fedelmente le orme del suo Figlio ( cf. 2 Pt 2,21) per essere con lui trasfigurati nella luce della sua gloria (cf. Fil 3,21). Cristo, infatti, vuole condividere la sua gloria con noi battezzati nella sua morte e resurrezione.

L’autore del libro della Genesi (22, 1-2. 9a. 10-13. 15-18) ha presentato il sacrificio di Isacco, figura della passione di Gesù, il Figlio unico del Padre. Abramo, nostro padre nella fede, si è reso disponibile alla divina chiamata con il suo “eccomi”. Dio gli chiede una prova di amore. Abramo, che già si era allontanato dalla sua casa e dalla sua terra, ora è invitato ad esprimere la sua fiducia in Dio distaccandosi dal possesso egoistico di Isacco, il figlio della promessa, dono divino avuto nella vecchiaia. Abramo è messo alla prova con la richiesta di sacrificare il figlio – unica possibilità per la discendenza promessa – sul monte Moira, identificato col monte di Gerusalemme, ove è costruito il tempio (cf. 2 Cr 3,1). Alla divina richiesta Mosè risponde salendo sul monte, immagine del cammino della fede, che conosce incertezze, dubbi, fallimenti, peccati. Come Abramo, abbiamo fiducia in Dio nelle vicende lieti e tristi o contraddittorie della vita, credendo fermamente nella sua Parola che è spirito e vita, parola che non delude. Abramo nella fede accoglie il misterioso progetto divino e per la sua obbedienza gli viene risparmiato il figlio. Il patriarca è veramente animato dal timore di Dio, che gli ridona il figlio Isacco, ricevuto di nuovo con riconoscenza, senza più considerarlo “proprietà privata”. Ora ha imparato a relazionarsi nel modo corretto col suo unico figlio, che rimanda al Dio amante della vita. Non a caso, egli, invece dell’agnello – simbolo del figlio - , offre in olocausto un ariete impigliato con le corna in un cespuglio – “simbolo della sua paternità bloccata” (S. Carotta). Si tratta di un sacrificio sostitutivo, al quale Dio stesso provvede. Il racconto genesiaco esprime la condanna del sacrificio umano ed esalta la fede ubbidiente di Abramo, che Dio benedice con una discendenza numerosa. Contempliamo la sapiente pedagogia di Dio che ci chiede di abbandonarci completamente nelle sue mani, riconoscendo che cose e persone sono dono gratuito del suo amore. L’amore compassionevole di Dio, che non permise al patriarca di sacrificare Isacco, si è manifestato in pienezza quando ha inviato il suo Figlio unigenito per la nostra salvezza.

Il salmo 115/116, 10.15-19 è una preghiera di ringraziamento, un rendimento di grazie al Signore che ci salva nelle afflizioni. Anche nelle tribolazioni e nella tristezza crediamo nel Signore, ai cui occhi è preziosa la morte dei suoi fedeli, i martiri, “perché la sua grazia vale più della vita” (sal 63,4). Riconosciamoci servi liberati dal Signore Gesù, che ha spezzato le catene del peccato e della morte con la sua beata passione. Pertanto, come Chiesa offriamo continuamente a Dio Padre il rendimento di grazie per eccellenza, il sacrificio eucaristico del Corpo e del Sangue del suo Figlio. Nutrendoci dell’Eucarestia, noi siamo in comunione con il Corpo e il Sangue di Gesù, che ci salva e ci colma di ogni grazia e benedizione celeste (cf. Prima Preghiera eucaristica, Anamnesi e offerta). Con tutto il popolo santo di Dio aderiamo a Lui in atteggiamento eucaristico, nell’attesa di cantare pienamente le sue lodi nella Gerusalemme del cielo.

Leggi la catechesi completa

Don Francesco Dell'Orco
parroco della comunità "Stella maris"
Via Luigi di Molfetta,147
76011- Bisceglie – Bat

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