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Catechesi mistagogica della V Domenica del Tempo ordinario (B)

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06/02/2015

SPIRITUALITÀ - Don Francesco Dell'Orco, parroco della comunità "Stella maris", (Bisceglie - BAT in Puglia), propone, in occasione dell'anno della vita consacrata, una catechesi mistagogica domenicale con riferimenti alla Evangelii gaudium di Papa Francesco e al Magistero sulla Vita consacrata. Dice don Francesco: “Vorrebbe essere un piccolo dono per le persone consacrate, che tanto hanno contribuito nel mio cammino vocazionale”.


Prima Giornata internazionale di preghiera e di riflessione contro la tratta delle persone

“Accendi una luce contro la tratta”

“Guarì molti che erano afflitti da varie malattie” (Mc 1,34)
     

 L’antifona d’ingresso (Sal 94/95,6-7) ci invita a lodare e ad adorare Dio, Creatore, Pastore, Signore della terra. Prostriamoci dinanzi a Lui che ci ha fatto. Noi creature dipendiamo da Dio. “La creatura senza il Creatore svanisce” (GS, 36). L’adesione cordiale a Dio è la nostra vocazione che ci rende pienamente felici.

Con la Colletta chiediamo a Dio di custodire sempre (Dt 32,10) con la sua bontà misericordiosa (Sal 138,8) la sua famiglia (Ef 2,19; Mt 12,50) e di venire in nostro aiuto (Sal 79,9) con la sua protezione (Gl 4,16), poiché la grazia che ci dona è l’unico fondamento della nostra speranza (Eb 11,1; Rm 5,1-2).

Nella Colletta  anno B riconosciamo che Dio, Padre amorevole, si avvicina alle sofferenze di tutti gli uomini della terra (Mc 1,31; Lc 10,33-34), unendoli alla beata passione del suo Figlio Gesù Cristo (2 Cor 4,10-11). A lui domandiamo di purificarci e fortificarci nelle prove della vita (Gc 1,2-4), perché sulle orme di Cristo impariamo a soffrire con chi soffre (1 Cor 12,26; Rm 12,15), animati dalla speranza della salvezza eterna (Ef 1,18-19).

Nell’AT l’autore del libro di Giobbe (7,1-4. 6-7), che è una riflessione sapienziale, ci ha presentato il “primo ciclo di discorsi” tra Giobbe e i suoi amici teologi. Al cap. 3 Giobbe maledice il giorno della sua nascita. Al cap. 4 Elifaz invita Giobbe ad avere fiducia in Dio che castiga i malvagi, ma non i giusti. Giobbe però si vede trattato come un malvagio e non è compreso dai suoi amici. Al cap. 7 Giobbe si lamenta riconoscendo che la vita umana sulla terra è come un duro servizio militare e l’uomo è come uno schiavo, che aspira al riposo e al compenso.

Giobbe ha avuto in sorte soltanto mesi di illusione e notti insonni. La sua esistenza è piena di tribolazione. Il disfacimento del suo corpo annuncia la sua morte, senza speranza. Giobbe conclude con una supplica accorata a Dio: “Ricordati che un soffio è la mia vita” (v. 7). E’ una richiesta a Dio perché intervenga e salvi l’uomo che, essendo debole, povero e fragile, è destinato a perire. Giobbe, infatti, sa che non rivedrà la bontà del creato (Gen 1). Con Giobbe si comprende che il dolore è un mistero che troverà luce soltanto nel mistero pasquale di Gesù Cristo (cf. GS 22; Salvifici doloris 31), che ha infuso in noi nel battesimo il soffio della vita immortale, il suo Spirito, grazie al quale risorgeremo. Pertanto, “le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi” (Rm 8,18).

Come afferma Papa Francesco nel messaggio per la XXIII Giornata Mondiale del Malato, “l’esperienza di Giobbe trova la sua autentica risposta solo nella Croce di Gesù, atto supremo di solidarietà di Dio con noi, totalmente gratuito, totalmente misericordioso. E questa risposta d’amore al dramma del dolore umano, specialmente del dolore innocente, rimane per sempre impressa nel corpo di Cristo risorto, in quelle sue piaghe gloriose, che sono scandalo per la fede ma sono anche verifica della fede (cfr Omelia per la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, 27 aprile 2014).

Anche quando la malattia, la solitudine e l’inabilità hanno il sopravvento sulla nostra vita di donazione, l’esperienza del dolore può diventare luogo privilegiato della trasmissione della grazia e fonte per acquisire e rafforzare la sapientia cordis. Si comprende perciò come Giobbe, alla fine della sua esperienza, rivolgendosi a Dio possa affermare: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5).

Anche le persone immerse nel mistero della sofferenza e del dolore, accolto nella fede, possono diventare testimoni viventi di una fede che permette di abitare la stessa sofferenza, benché l’uomo con la propria intelligenza non sia capace di comprenderla fino in fondo” ( n. 5). 

Non voltiamo lo sguardo di fronte alle vittime della tratta che, provate dal dolore, attendono luce e consolazione, come Giobbe.

 

Leggi la catechesi completa

8 febbraio - Giornata contro la tratta

Don Francesco Dell'Orco
parroco della comunità "Stella maris"
Via Luigi di Molfetta,147
76011- Bisceglie – Bat

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