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84ª Assemblea USG - 2° giorno. In attesa delle nuove “Mutuae relationes”

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27/11/2014

ROMA - «Il documento Mutuae relationes del 1978 è storicamente e cronologicamente più vicino alla seconda guerra mondiale che al nostro tempo». Questo il simpatico incipit dell’intervento del gesuita Robert Geisinger, promotore di giustizia presso la congregazione per la dottrina della fede, sulle Mutuae relationes e la vita religiosa in una prospettiva pastorale-giuridica. In quegli anni stavano cambiando tante cose anche all’interno degli istituti religiosi: i voti, la missione, la vita comune, la vita spirituale, il rapporto con i superiori, l’identità e l’indipendenza personale. Si trattava di ripensare a fondo temi come il carisma e il patrimonio di una congregazione religiosa.

Con Mutuae relationes si voleva rispondere a tre domande: che cosa si aspettano i vescovi dai religiosi? Che cosa i religiosi si aspettano dai vescovi? Con quali mezzi garantire una ordinata e fruttuosa cooperazione tra gli uni e gli altri a livello diocesano, nazionale e internazionale? Nel 1978 erano ancora molte le questioni aperte: rapporto tra Chiesa universale e Chiesa particolare, profilo del nuovo vescovo del concilio, sacerdozio comune di tutti i credenti in forza del battesimo, autonomia dei religiosi di fronte alle loro opere, primato del sacerdote sul religioso o viceversa. Dal momento che il Codice di diritto canonico del 1917 «era praticamente in disuso fin dagli anni '50, come sarebbe stato il nuovo Codice e quando sarebbe stato promulgato?».

Come si sa, il nuovo Codice ha visto la luce nel 1983. Non è nato dal nulla; è stato progressivamente preparato con una serie di acquisizioni su alcuni aspetti fondamentali della vita della Chiesa e, al suo interno, di quella consacrata. È il caso dei diritti e doveri sia dell’individuo che della Chiesa, del superamento delle normative rigorose con la persuasione, la riscoperta della sussidiarietà posta al servizio dell'unità piuttosto che della divisione, la riscoperta dell’autorità come servizio e non come potere, il superamento della territorialità nel governo della Chiesa quando entra in gioco una comunità di fedeli.

Nel 1966 con il Motu Proprio Ecclesiae sanctae, Paolo VI aveva chiesto agli istituti religiosi di orientare i propri capitoli non tanto sugli aspetti amministrativi, quanto piuttosto su quelli del rinnovamento intellettuale, spirituale ed apostolico, di rivedere le proprie costituzioni in una prospettiva più biblica e teologica, di porre a fondamento dell’autorità i valori della  partecipazione e della sussidiarietà, di prestare una sempre maggior attenzione all'insegnamento del Concilio Vaticano II, avviando con coraggio tutte le sperimentazioni necessarie.

In parole semplici, il documento di Paolo VI sollecitava il dialogo e la collaborazione a tutti i livelli. Non si può parlare di bene pastorale della Chiesa, anche gerarchica, senza una riscoperta dell’importanza della relazione e della collaborazione. Solo in questo modo si potrà parlare di "vitalità dinamica" e di “comunione ecclesiale organica".

Alla luce di quanto è avvenuto in passato, che cosa ci si può attendere oggi  da un nuovo documento sui nuovi rapporti tra vescovo e religiosi? Il relatore ha suggerito alcune indicazioni di percorso: migliorare sempre di più i rapporti tra conferenze episcopali e conferenze dei superiori maggiori, passare dalle mutuae relationes ad una effettiva corresponsabilità in una missione universale condivisa, pensare a un documento culturalmente sensibile, aperto alle diversità culturali locali del mondo di oggi, dando pieno ascolto alla voce delle donne, affrontare nel dialogo tra vescovi e religiosi il problema del calo di vocazioni con tutte le inevitabili conseguenze sul piano culturale e sull’alienazione delle strutture, ripensare il ruolo dei laici anche ai vertici di un’opera dei religiosi, vigilare attentamente, da parte dell’autorità, per certe derive preoccupanti a cui si può andare incontro in un istituto religioso, ipotizzare nuove strutture diocesane e religiose là dove la Chiesa ancora oggi è sottoposta a ogni forma di violenza e di repressione, sostenere anche in futuro la vita monastica e contemplativa, ripensare a fondo il ruolo dell’autorità maschile nelle strutture diocesane e religiose di fronte a comportamenti riprovevoli da parte dei propri membri, salvaguardare la “giusta autonomia” dei religiosi nelle Chiese particolari in un diverso contesto missionario e interculturale, promuovere un uso più responsabile degli strumenti della comunicazione sociale e soprattutto dell’uso di internet in vista dell’evangelizzazione in una prospettiva sempre meno territoriale («chi sarà il nuovo vescovo di internet?» si è chiesto simpaticamente il relatore). 
 
L’intervento del giurista è stato integrato da quello più pastorale del vescovo di Treviso,  mons. Gianfranco Gardin, che in mattinata aveva partecipato all’udienza di papa Francesco ai membri della Plenaria del dicastero della vita consacrata. Ha esordito dicendo che se questo periodo postconciliare ogni Chiesa particolare ha cercato di conoscere meglio sé stessa, altrettanto si è fatto nell’ambito della vita consacrata. Anche se non si sono ignorate reciprocamente, Chiesa particolare e vita consacrata non si può negare che comunque abbiano spesso operato separatamente. Nella stessa Plenaria da cui, appunto, proveniva mons. Gardin, a suo dire, si erano affrontati tanti e importanti argomenti: governo, vita comunitaria, formazione; ma forse non si è prestata la dovuta attenzione alle Chiese particolari all’interno delle quali operano i consacrati. È certo comunque che da tempo e con convinzione si stanno superando le difficoltà di relazione.

Parlando a braccio ha accennato ad alcuni problemi che potrebbero opportunamente entrare nell’agenda dei lavori delle nuove “mutue relazioni”.
Anzitutto i religiosi dovrebbero riaffermare con chiarezza la imprescindibilità della Chiesa particolare, quadro obbligato di riferimento per ogni vocazione. I vescovi, dal canto loro, non dovrebbero ignorare la dimensione carismatica propria dei religiosi, anche quando questi non fossero direttamente impegnati nel servizio parrocchiale.

Se poi, i religiosi sono primariamente anch’essi per la missione, allora dovrebbero interrogarsi sul come inserirsi più convintamente nella missione della propria Chiesa particolare. A questo riguardo il rischio possibile da parte dei religiosi con parrocchie, è quello anzitutto di non distinguersi in nulla dai sacerdoti diocesani e quello dei religiosi senza parrocchie, di stare “alla finestra”  senza lasciarsi coinvolgere in nulla nella vita della Chiesa particolare.

Anche per scongiurare pericoli del genere, si dovrebbero favorire maggiori occasioni di reciproca e reale conoscenza da una parte e dall’altra. Ci sono ancora troppe barriere da abbattere. I religiosi che entrano in una diocesi dovrebbero conoscerne sempre meglio la realtà ecclesiale in cui si inseriscono. Più che rivendicare spazi alla propria autorità, si dovrebbe reciprocamente competere nella crescita dell’autorevolezza, in ciò che si fa, degli uni nei confronti degli altri. Una vita consacrata sempre più significativa è sicuramente a tutto vantaggio anche del clero diocesano. Una reale stima reciproca non sarà mai troppa. Basterebbe rileggere e mettere in pratica quanto detto nel n. 52 delle attuali “mutue relazioni”.

Un aspetto particolarmente delicato è quello del rapporto del vescovo con il presbitero religioso. Quest’ultimo, in quanto presbitero, appartiene di più al vescovo o al suo superiore religioso? È un problema di non facile soluzione, ben diverso da quello del religioso non presbitero. Il vescovo dovrebbe preoccuparsi anche dei presbiteri religiosi evitando, da una parte, indebite ingerenze, e dall’altra una eccessiva latitanza  in nome di una presunta autonomia dei religiosi.

I vescovi dovrebbero conoscere e rispettare nel dovuto modo i religiosi non solo per la loro funzionale utilità pastorale, ma anche per la specificità del loro carisma.

Interrogandosi, infine, sul delicato problema dei presbiteri ex religiosi sempre più presenti in diverse diocesi, mons. Gardin ha fatto osservare che, ad esempio, nella sua diocesi dove si favorisce per quanto possibile una vita comunitaria anche fra presbiteri diocesani, gli ex religiosi, da questo punto di vista, potrebbero diventare un problema in più.

Con un breve dibattito dopo la relazione di mons. Gardin e il confronto all’interno dei diversi gruppi linguistici, sono stati eletti gli ultimi delegati al prossimo sinodo dei vescovi. I nomi verranno trasmessi alla segreteria generale del sinodo per la loro designazione ufficiale. L’assemblea si concluderà venerdì in mattinata con la sintesi dei lavori, la relazione economica e quella del segretario generale. 
 
               

Angelo Arrighini, 27/11/2014


Il Discorso di papa Francesco ai membri della Plenaria CIVCSVA si trova in Documenti - Vaticano

Tutte le relazioni complete dell'Assemblea si trovano in Documenti - USG

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