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84ª Assemblea USG - 1° giorno.Una rilettura del Sinodo sulla Famiglia

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26/11/2014

ROMA - “Nuove relazioni” per una “cultura dell’incontro” tra famiglia e vita consacrata da una parte e tra vescovi e consacrati dall’altra. Questo il tema di fondo su cui si sono confrontati i superiori generali nella loro ultima assemblea (26-28 novembre) al Salesianum di Roma. La prima mattinata è stata interamente dedicata ad una approfondita riflessione sul sinodo episcopale dell’ottobre scorso.

Ha aperto i lavori il presidente USG, p. Adolfo Nicolás. Prendendo lo spunto dalla restaurazione della Compagnia di Gesù dopo la sua soppressione, ha riaffermato l’importanza della collaborazione fra gli stessi superiori generali. Questo sarà importante soprattutto in vista non di una revisione ma di una riscrittura delle Mutuae relationes. Papa Francesco si aspetta molto dai superiori generali. Non ha bisogno di sentirsi parlare delle crisi in atto nella vita consacrata. Si aspetta un aiuto concreto in vista del bene di tutta la Chiesa. Il fatto di collaborare fra superiori generali è già un grande messaggio per tutta la Chiesa. Oltretutto, «se non sappiamo collaborare fra noi, sarà ben difficile riuscire a collaborare con i laici e con tutte le altre realtà della Chiesa».

Subito dopo ha preso la parola il giuseppino don Mario Aldegani (uno dei tre delegati USG al Sinodo, insieme al presidente USG e al ministro generale dei cappuccini, fr. Mauro Jöhri). Il suo è stato un apprezzato e completo racconto-testimonianza di un evento ecclesiale che prima ancora di scatenare i “media”, ha appassionato vivacemente e anche, per certi versi, contrapposto, almeno su alcuni aspetti più controversi, gli stessi padri sinodali. Infatti, ha detto il relatore, la “novità sostanziale” del sinodo sta tutta nella discussione “vera, appassionata, a volte accesa” tra i protagonisti del sinodo. L’invito di papa Francesco alla parresia è stato accolto fino in fondo. Basta rileggere le sue parole “bellissime e coraggiose” nel discorso conclusivo del sinodo. I sinodali si sono trovati di fronte a non poche tentazioni: da quella dell’irrigidimento ostile e del buonismo distruttivo, della trasformazione della pietra in pane o anche del pane in pietra, a quella, infine, di trascurare il “depositum fidei”. Ebbene, ha commentato il papa, «se non  ci fossero state queste tentazioni, queste animate discussioni questo movimento degli spiriti, se tutti fossero stati d’accordo o taciturni, in una falsa e quietista pace, personalmente mi sarei  molto preoccupato e rattristato». Senza mai mettere in discussione le verità fondamentali del sacramento del matrimonio (indissolubilità, unità, fedeltà e apertura alla vita), non sono mancati «discorsi e interventi pieni di fede, di zelo pastorale e dottrinale, di saggezza, di coraggio, di parresia». Non è un caso se, dopo momenti di evidente tensione, in aula è scoppiata una vera e propria standing ovation al termine dell’intervento conclusivo del papa Francesco.

Tra i vari documenti sinodali, don Aldegani, ha richiamato l’attenzione sulla “relatio post disceptationem”, apprezzata soprattutto «per lo sforzo di completezza nel mettere insieme interventi tanto diversi», anche se in alcuni circuli minores non è mancata «una critica in certi passaggi quasi censoria». Queste incomprensioni non hanno comunque reso giustizia allo sforzo fatto, di «produrre un testo davvero pastorale, con un linguaggio aperto e moderno, molto incoraggiante, con attitudine “samaritana” nel farsi vicino alle persone ferite».
Tutti gli emendamenti presentati dai circoli minori sono stati quasi interamente accolti poi nella “Relatio Synodi” approvata, come sappiamo, con larga maggioranza superiore ai due terzi, salvo i nn. 52, 53 e 55 (approvati solo con maggioranza assoluta) e riguardanti l’accesso dei divorziati e risposati ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, la comunione spirituale, le persone di orientamento omosessuale.

Don Aldegani è stato soprattutto positivamente impressionato dal ruolo svolto da papa Francesco, un “ruolo essenziale e decisivo”, in costante atteggiamento di ascolto. «Entrava in aula, come un qualsiasi padre sinodale, di solito circa un quarto d’ora prima dell’inizio delle sedute; conversava amabilmente con chi incontrava o trovava vicino; a volte andava a cercare qualcuno per dirgli una parola». La sua semplicità ha sorpreso e commosso tutti, soprattutto quando, nel suo discorso conclusivo, ha parlato del compito del papa, quello, cioè, di garantire “l’unità della Chiesa”, di ricordare ai Pastori che il loro primo dovere è “nutrire il gregge loro affidato”, cercare di accogliere, anzi, «andare a cercare – con paternità e misericordia e senza false paure – le pecorelle smarrite».

L’intervento di don Aldegani è stato integrato da una breve riflessione di fr. Jöhri, che ha lamentato soprattutto un aspetto: il poco tempo a disposizione per un confronto a tutto campo su alcuni dei temi più controversi emersi durante i lavori del sinodo. Diversamente dai sinodi precedenti, per la prima volta le votazioni finali erano segrete, consentendo in questo modo una maggior libertà di espressione della propria opinione. Certamente le reazioni dei media possono aver condizionato, almeno in parte, i lavori dei sinodali. Certe inopportune “levate di scudi” tra i sinodali possono avere in parte ostacolato una maggiore disponibilità a chinarsi sulle tante problematiche pastorali di tante famiglie di oggi. Un discorso da riprendere con più convinzione in vista del prossimo sinodo è sicuramente quello della “gradualità” nell’affrontare e risolvere pastoralmente proprio quei problemi più controversi emersi durante i lavori del sinodo.
 
                                                                         

Angelo Arrighini, 26/11/2014

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