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Sierra Leone - I missionari a Freetown: lottiamo perché si lascino curare

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26/09/2014

ebola2 3SALUTE - In un villaggio nei pressi di Bumbuna, un’infermiera ha avvisato le autorità per prelevare con l’ambulanza un malato di ebola. All’arrivo dei soccorsi, non solo quasi tutta la gente del villaggio era scappata nella foresta, ma aveva portato via, a spalla, anche l’ammalato. In Sierra Leone il vero ostacolo al contenimento del contagio è la credenza che la malattia sia frutto di stregoneria. 

«Il culto dei morti è fortissimo, i cadaveri vengono lavati e curati, è così che il virus si è diffuso. Il corpo di chi è stato ucciso dall’ebola è più contagioso di chi lo ha appena contratto», spiega padre Natale Paganelli, missionario saveriano e amministratore apostolico della diocesi di Makeni, capoluogo di cinque distretti del nord, che da soli fanno quasi la metà del Paese. I villaggi sono privi di ogni mezzo per evitare i contagi e gli operatori non hanno informazioni certe sulla situazione reale. Il primo impegno dei missionari è formare il personale che spieghi alla popolazione che l’ebola è una malattia e come rispettare le norme igieniche. «Viviamo una tragedia inimmaginabile. Non ci sono medici, anche le compagnie straniere hanno lasciato il Paese». Perfino gli ospedali più grandi ( tre i soli centri in tutto il Paese specializzati nell’identificazione del virus), vivono situazioni paradossali: sono vuoti, perché qui vengono indirizzati i pazienti che potrebbero aver contratto il virus, con febbre oltre i 39° gradi, per effettuare i test di controllo ed essere posti in isolamento.
 
La popolazione ha paura della quarantena ed evita di recarsi in ospedale: chi si è infettato contagia, così, familiari e vicini. Servono laboratori mobili in modo da fare i test direttamente sul territorio, ma non ci sono risorse e medici. Anzi, i primi a morire sono stati proprio i dottori, a luglio, con l’inizio dell’epidemia. Anche aiutare le strutture governative ad organizzare i centri per l’accoglienza è difficile: «Ci hanno chiesto un gruppo elettrogeno perché il nuovo centro non ha energia elettrica», racconta padre Natale, preoccupato anche per la quarantena alla quale sono sottoposte al momento circa 200 famiglie: 21 giorni senza uscire di casa significa non avere cibo per sopravvivere. Le parrocchie cercano di raccogliere viveri da consegnare casa per casa, perché quello che offre il governo non basta. 

All’Holy Spirit Hospital, di proprietà della diocesi, servono medicine per chi è in quarantena, in attesa dell’esito delle analisi, e kit di protezione per il personale. «Sosteneteci dall’Italia per acquistare materiale qui in Sierra Leone» è l’appello di padre Natale. Tutte le informazioni sul sito www.solidarietainbuonemani.it

Fonte: Avvenire, 23/09/2014

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