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Nelle carceri e nei Cie quale tutela della salute?

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20/02/2014

carceriSALUTE - Il Comitato Nazionale di Bioetica ha di recente approvato un documento intitolato “La salute dentro le mura”. “Dentro le mura” non è solo un suggestivo sinonimo per indicare il carcere e la tutela della salute dei detenuti. Intanto, perché non solo di carcere e di detenuti si parla: ci sono anche gli stranieri rinchiusi nei Centri di Identificazione ed Espulsione, in condizioni anche peggiori dei detenuti. Anche di loro si occupa il documento, chiedendo la chiusura dei Cie. 

Ancora più importante, l’immagine delle “mura” evoca un aspetto essenziale del problema: la “impenetrabilità” allo sguardo esterno degli istituti penitenziari, che – come dice il documento - conservano ancora in larga parte il carattere storico di “segrete”.
Con ciò siamo al cuore della problematica bioetica: la contraddizione fra l’affermazione del diritto alla salute dei ristretti e lo stato stesso di detenzione in un luogo sottratto alla vista, il che di per sé impedisce il controllo sul rispetto dei diritti. Da qui la necessità di svelare le “segrete” allo sguardo pubblico, facendo conoscere la vita dei detenuti e denunciando violazioni e inadempienze, quando ci sono: un dovere delle istituzioni, prima ancora che delle Organizzazioni Non Governative.

Il carcere non è solo il luogo dove è difficile far valere i diritti, ivi compreso il diritto alla salute. È anche un luogo che “produce sofferenza e malattia”. La parità nel diritto alla salute fra prigionieri e liberi si scontra con una duplice contraddizione: da un lato, i gruppi di popolazione che entrano in carcere hanno mediamente livelli di salute più bassi della popolazione generale e sono particolarmente vulnerabili in alcune aree chiave, come la salute mentale, le malattie gastroenteriche, le malattie cardiovascolari, le malattie trasmissibili come le infezioni da Hiv e l’epatite; per di più sono costretti in condizioni di vita tali, da rappresentare un fattore di rischio elevato per la salute.
La salute dentro le mura, si è detto. La salute, non la sanità. È una precisazione importante, niente affatto scontata. Non si tratta solo di approntare servizi e personale sanitario per offrire prestazioni di cura decenti in carcere; e neppure basta assicurare ai detenuti le terapie al di fuori del carcere quando queste si rivelino necessarie: occorre agire in un’ottica globale, di prevenzione/ rimozione di tutti gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento della salute. Trattandosi del carcere, gli aspetti ambientali balzano in primo piano.

Non a caso la Organizzazione Mondiale della Sanità, in un documento di indirizzo specifico, indica misure base che riguardano le condizioni di vita dei detenuti: il rispetto della legge (i morti come Stefano Cucchi dimostrano quanto sia facile scordare la legge al riparo dallo sguardo pubblico); celle pulite e servizi igienici ben funzionanti; offrire ascolto e sostegno ai detenuti; promuovere la salute mentale, compresi spazi e tempi adeguati per la vita sociale, occasioni di lavoro qualificato, opportunità culturali e formative, contatti con l’esterno, sostegno al detenuto e alla detenuta perché mantengano i rapporti con la famiglia, il/la partner, i figli. La salvaguardia della rete affettiva delle persone in carcere è un punto decisivo: su questo il documento del Comitato Nazionale di Bioetica insiste, prendendo una posizione netta a favore delle “visite riservate” (in locali senza sorveglianza) del coniuge o del/della partner in modo da permettere la sessualità e favorire l’affettività. Significativo il richiamo al “principio etico della centralità della persona”, che deve valere anche in condizioni di privazione della libertà.

Fra le tante questioni affrontate dal Comitato Nazionale di Bioetica, si segnalano le donne detenute, per le quali si raccomanda un’attenzione particolare “nel quadro di un sistema di giustizia penale sensibile al genere”. La precisazione è importante. In una logica “paritaria”, le donne sono (paradossalmente, ma non tanto) penalizzate in quanto gruppo “minoritario”: generalmente, le attività di lavoro e di formazione offerte alle detenute sono inferiori a quelle degli uomini, in considerazione degli scarsi numeri dei reparti femminili. La differenza entra in gioco nel minore rigore punitivo con cui in genere sono trattate, a prezzo però di una raddoppiata dose di paternalismo. Come ha scritto a suo tempo Tamar Pitch, le donne che commettono reati sono considerate non tanto pericolose, quanto “pericolanti”. Donne “che hanno sbagliato” per (connaturata?) “fragilità”: meno “responsabili”, in quanto tali meno meritevoli di punizione; ma proprio in quanto meno responsabili, più bisognose di “correzione”. In una parola, più simili al minore che all’adulto.
Quanto questa “minorazione” possa tradursi in perdita di dignità e stima di sé, è evidente. È pur vero che la “minorazione” (come riduzione allo stato minorile, appunto), è un processo che investe, seppur in misura meno rilevante, gli uomini, in virtù dello stato di dipendenza assoluta in cui li costringe l’istituzione totale. A maggior ragione, l’invito a pensare un sistema “sensibile al genere” è valido: per costruire un nuovo sistema più giusto per uomini e donne, a partire dalla riflessione sulla differenza femminile.

Grazia Zuffa - Comitato Nazionale per la Bioetica

Per leggere il documento vai alla sezione Documenti – Salute

Fonte: Noi Donne, 13/02/2014

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